1600px Taj Mahal sunrise   centre pompidou

Di nuovo l'elegante apparente leggerezza di Dalrymple, su un argomento per nulla secondario, come dimostra il recente decreto di Trump sull'architettura degli edifici pubblici statunitensi

Theodore Dalrymple (takimag, 15 febbraio 2020)

C'era una lettera al direttore molto curiosa sull'ultimo numero della rivista mensile inglese The Critic. Era di un lettore che difendeva il tipo di architettura noto come brutalista, vale a dire quegli edifici composti, anche in facciata, di grandi blocchi di cemento grezzo. La lettera terminava così:

Amo il Brutalismo, credo che ogni suo esempio debba essere conservato, ma mai lo definirei bello, non più di quanto lo definirei brutto. Semplicemente lo trovo unico e interessante, e trovo supponente che mi si dica altrimenti.

Sembrerebbe che l'autore implichi che le considerazioni estetiche non abbiano alcuna parte nella sua valutazione del valore di un edificio, solo l'unicità e l'essere interessante. Il suo ideale di città, quindi, sarebbe una città composta di fricchettoni, dal momento che il freak è la strada regina -- nel senso di più facile -- verso l'unicità, e i fricchettoni sono, qualunque altra cosa possano essere, immancabilmente interessanti. Come ogni scrittore sa, è più facile descrivere in modo interessante un uomo cattivo piuttosto che uno buono. Però questo non è un argomento a favore degli uomini cattivi.

L'autore della lettera non è, strano a dirsi, unico nel suo disinteresse per l'estetica architettonica. Scrivendo in una rivista di architetti per architetti, un architetto comincia il suo articolo con le seguenti parole: "Molti di noi [architetti] sono preoccupati dalla focalizzazione sulla bellezza...."

Davvero lo sono; ma da questo si potrebbe supporre che il principale problema per le città moderne fosse un effeminato senso estetico che in qualche modo impediva che le cose fossero costruite, e che la bellezza fosse per gli edifici quello che i nastri di seta sono per i cani pechinesi, vale a dire né essenziale né importante.

Tuttavia l'indifferenza alla bellezza non è l'atteggiamento della maggior parte dell'umanità, almeno una volta soddisfatte le necessità di base, sia nel presente che nel passato. Il vero, il bello e il buono sono considerati da molto tempo i desiderata primari della vita, ma, come disse Sganarello nella parte di un medico al paziente Géronte che diceva di pensare che il cuore fosse a sinistra e il fegato a destra, “Nous avons changé tout cela” -- abbiamo cambiato tutto ciò. La bellezza non è più un requisito importante per gli architetti, ed essi ci vogliono persuadere che non dovrebbe esserlo neanche per noi. D'ora n poi dovremmo sentirci soddisfatti da unicità e interesse.

Ho qualche esitazione a coniare un neologismo, ma mi sembra che gli architetti, sebbene non soltanto gli architetti (non sono che i canarini nella miniera di carbone [N.d.T.: espressione per indicare un primo segnale di allarme (i canarini erano sensibili ai gas nocivi nelle miniere)]), soffrano di pulchrifobia, vale a dire una paura della bellezza. Il gusto è molto rivelatore del carattere, e, sebbene viviamo in un'epoca in cui ci deliziamo a parlare di noi stessi, in realtà lo facciamo al tempo stesso proteggendoci accuratamente dalla vera rivelazione di sé o vero autoesame. È questo il segreto del successo dello psico-blabla, quella strana forma di linguaggio che permette alla gente di parlare interminabilmente di se stessi senza rivelare nulla di specifico, né tantomeno di disdicevole, che l'autore originario del termine, R.D. Rosen, definì come segue:

Un insieme di formalità verbali ripetitive che annientanto proprio la spontaneità, la sincerità e la comprensione che fingono di promuovere.

Rivelazione di sé ed esame di sé ci terrorizzano, ma non osiamo ammetterlo, quindi ci illudiamo di essere spontanei.

Supponiamo di camminare insieme lungo una strada di città e di vedere in una vetrina un paio di pantofole di pelo lungo color celeste a forma di coniglio. Tu le trovi belle, ma istintivamente sai che io le troverò kitsch, ridicole, o del peggior cattivo gusto. Quindi, non dici "Quanto sono belle quelle pantofole!", ma "Trovo interessanti quelle pantofole".  Interessante è un bel termine neutro che non rivela nulla dei vostri gusti (non dimenticate che i gusti dividono la gente almeno quanto le opinioni, e probabilmente di più). Cose che aborrite possono interessarvi o persino affascinarvi; quindi, dicendo che qualcosa è interessante, non avete scoperto le vostre carte, per così dire.

Ci sono certe persone che camuffano i loro pensieri e sensazioni parlando sempre in modo scherzoso o ironicamente. Non sapete mai di sicuro quello che realmente vogliono dire. Se si prendono le loro parole nel senso più letterale, si rischia il ridicolo quale persona che manca di raffinatezza, di senso dell'umorismo e ironia. Se, d'altro canto, le si prendono per significare l'opposto di quanto dicono, si può essere accusati di non capire l'inglese comune. La cosa più sicura da fare, allora, è rispondere a tono, scherzosamente o ironicamente, in modo che l'interlocutore si trovi di fronte allo stesso dilemma che abbiamo appena affrontato. La conversazione diventa come due navi che si incrociano nella notte, invece che l'incontro di menti.

In maniera simile, gli psico-blablatori parlano ma non conversano. Il loro è un accordo sociale: Tu accetti di ascoltare le mie vuote verbosità su me stesso se io accetto di ascoltare le tue. Possiamo parlare per ore senza sapere nulla l'uno dell'altro. La sicurezza è nell'apparenza, non nella realtà, di comunicazione.

Senza dubbio, il desiderio di non rivelare se stessi sta dietro alla pulchrifobia degli architetti (e anche, forse, quella di poeti, pittori, e altri).  È per questo motivo che optano per caratteristiche quali trasgressività, originalità, mancanza di precedenti, e così via. Dire di un edificio che non esiste nulla di simile non dice nulla sul suo valore. Potrebbe essere il Taj Mahal o potrebbe essere il Centre Pompidou.

L'articolo scritto da architetti per architetti che ho citato sopra contiene riferimenti a un sondaggio tra studenti, di architettura e di tutte le altre materie amalgamati. È stato chiesto loro di ordinare una serie di edifici per preferenza. I loro ordini di preferenza sono risultati completamente inversi: quello che piaceva agli studenti di architettura non piaceva agli altri studenti, e viceversa.

La pressione sociale senza dubbio ha un ampio ruolo in questa perversione professionale. Un architetto contemporaneo che preferisse il Taj Mahal al Centre Pompidou sarebbe come un Hindu dei vecchi tempi che viaggiasse attraversando il mare: perderebbe la casta. Meglio, allora. non parlare di bellezza o bruttezza.

(Traduzione Maria Missiroli)

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