La tragedia del principe Harry quale specchio dei nostri tempi

Theodore Dalrymple (takimag, 25 gennaio 2020)

O Hamlet, what a falling off was there!

Il contrasto tra il principe Harry e la sua nonna non è solo il contrasto tra una generazione e una generazione differente: è il contrasto tra una concezione di vita, una cultura, e una concezione di vita differente. Non ho dubbi su quale delle due preferisco, ma altri potrebbero pensare diversamente, in effetti altri davvero pensano diversamente.

Da un lato c'è un ferreo senso del dovere a qualsiasi costo personale, c'è autocontrollo, e una sorta di modestia esistenziale nonostante la posizione eccelsa, e dall'altro lato c'è il capriccio personale, l'espressione di sé come imperativo e l'ego come oggetto di devozione quasi religiosa. Non ci sono molti dubbi su quale di questi atteggiamenti di vita sia in crescita, sia sociologicamente sia filosoficamente. Come disse William Blake, in anticipo sui tempi: “Sooner strangle an infant in its cradle than nurse unacted desires.”

Mandar giù le nostre emozioni senza mostrarle oggi è considerato una sorta di tradimento verso se stessi, dove non è semplicemente comico o oggetto di derisione, in quanto non esprimere noi stessi equivale a rischiare un successivo disastro psicologico. E mentre la Regina è pienamente consapevole di dovere la sua importanza ad un caso fortuito di nascita, il principe Harry crede, o dà l'impressione di credere, di dovere alla sua importanza il caso fortuito di nascita. Il primo atteggiamento produce un senso del dovere, in secondo un senso di aver diritto.

Questa differenza non è, naturalmente, confinata alle generazioni della famiglia reale inglese. Al contrario, dimostra che tale è il potere, anche se non necessariamente la virtù, della cultura moderna che anche una famiglia regimentata e altamente inusuale non è immune dalla sua influenza.

La scelta del nome del figlio di Harry è stata emblematica di questa deriva culturale, buona o cattiva a seconda del vostro punto di vista, ma assolutamente non limitata alla famiglia reale. C'è da lungo tempo una tendenza, tra la gente con un senso di sé piuttosto debole, a dare ai propri figli nomi insoliti o persino totalmente senza precedenti o inventati, come se facendo questo si diventasse più individuali.

Questo fenomeno si può forse studiare al meglio in Francia, dove fino a tempi relativamente recenti i genitori erano obbligati dallo stato a dare ai loro figli nomi scelti da una lista approvata -- una lista piuttosto lunga, di nomi derivati dai nomi di santi o figure bibliche o classiche, ma comunque una lista.  Non c'è dubbio che la proibizione di nomi stravaganti fosse ritenuta un aiuto all'integrazione della società come un tutt'uno.

Anche prima che la legge fosse abrogata nel 1993, la gente aveva cominciato a dare ai propri figli nomi che non erano sulla lista approvata. (Non sto parlando qui, ovviamente, del fatto che i nomi musulmani non fossero inclusi nella lista originale.)  Dopo l'abrogazione, il numero di genitori che danno ai figli nomi inusuali è cresciuto esponenzialmente, e oggi il 15% dei bambini nati in un anno ricevono nomi che non sono dati a più di altri tre bambini quell'anno, con molti di questi nomi completamente originali nel senso in cui sono originali i cattivi architetti moderni.

Più in basso si va nella scala sociale, più prevalenti diventano tali nomi, però nessuna classe è esente da questa tendenza. Neppure, ovviamente, è questa tendenza unicamente della Francia, e probabilmente non ha avuto origine là. Mi si dice che in Brasile il numero di nomi diversi ai nuovi nati in un anno ha raggiunto 50000 o più.

Cosa significa tutto ciò? Come ho detto, penso che indichi una ricerca frenetica di unicità o individualità tra persone che hanno un debole senso del sé in quanto distinto dagli altri. Ma perché dovrebbero ricercare tale unicità o individualità in primo luogo, perché sarebbe così importante per loro? Io sospetto, nonostante non possa provarlo scientificamente, che in un'epoca di celebrità non essere in qualche modo eccezionali sia sentito quasi come una ferita, certamente come indicazione di fallimento.

In aggiunta, il bisogno ardente di individualità causa nelle persone la riluttanza ad accettare qualsiasi cosa sia tradizionale (come un nome per il figlio) precisamente perché la tradizione non ha avuto origine con loro e non ha alcuna giustificazione che loro considerano pienamente razionale. Perché allora un bambino dovrebbe essere chiamato James o Angela piuttosto che Basket o Pigpen? Il figlio è mio, dovrebbe essere mio diritto scegliere il suo nome; proprio come, con i dovuti tempi, il figlio avrà il diritto di cambiare il suo nome quando sarà abbastanza grande. La vita ruota tutta sulla scelta: la mia scelta, si intende.

L'estensione della scelta è il motivo per cui la trasgressione è buona in se stessa. Quindi, quando Harry (e, presumibilmente, sua moglie) hanno scelto il nome Archie per il figlio, non come diminutivo di Archibald ma come nome in se stesso, essi stavano segnando un colpo per la libertà e il progresso. A nessun bambino di famiglia reale, e probabilmente a pochi bambini del tutto, è stato dato questo nome prima; non è stato solo non tradizionale ma anti-tradizionale; è stato originale, l'espressione di volontà umana senza restrizioni; è stato trasgressivo. Quindi, per molti versi, questa è stata una scelta lodevole. Che importa che Prince Archie (dovesse mai raggiungere il rango di principe) suona altrettanto assurdo di King Béranger in Le Roi se meurt, la commedia dell'assurdo di Eugene Ionesco.

Naturalmente, il comportamento del principe Harry non è del tutto lineare. Vuole distruggere la tradizione e al tempo stesso beneficiare dalla sua continuità. Egli non ha alcuna rivendicazione all'attenzione del pubblico se non il fatto di essere nato chi è, nella stessa tradizione che egli vuole rovesciare perché vuole essere realmente, sinceramente, solo se stesso. Posso ben capire perché un giovane nella sua posizione non voglia vivere il ruolo destinatogli dal fato; non avrei voluto un ruolo simile io stesso. Tuttavia per non essere un ipocrita, avrebbe dovuto uscirsene in silenzio nell'anonimato, senza sovvenzioni pubbliche, là a studiare le farfalle o l'epigrafia sumera, o qualsiasi cosa catturasse la sua immaginazione.

Egli ha reso un servizio, comunque, reggendo uno specchio del nostro egotismo moderno. Egli è, per dire, il selfie, il tweet, la pagina Facebook fatti carne.

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