Come è noto, il governo del cambiamento ha in mente di tornare a fare di Alitalia una compagnia di bandiera, formula utilizzata per definire un vettore le cui sorti economiche sono a carico dei pagatori di tasse. Nel caso di Alitalia, questo non sarebbe un grande cambiamento rispetto al passato.

Il cambiamento si avrebbe se Alitalia smettesse di essere un buco nero da miliardi di euro, ma è legittimo dubitare che questo sia il suo futuro.

 

A difesa del ritorno in grande stile dello Stato si sentono dichiarazioni surreali, per esempio questa del capo leghista Matteo Salvini.

Sono convinto del fatto che un Paese che può avere tanto dal turismo non possa perdere una compagnia di volo e di aerei, regalata al primo straniero che passa. Quindi serve difendere il diritto a volare in Italia.”

 

Posto che il “diritto a volare” è una invenzione salviniana dovuta con ogni probabilità alla tendenza a dire la prima cosa che gli esce dalla bocca (tendenza che lo accomuna a tutti coloro che rilasciano dichiarazioni e interviste h24), se con tale “diritto” si intende quello dei passeggeri, stia tranquillo Salvini: non è necessario avere lo Stato aviatore per avere linee aeree che frequentino gli aeroporti italiani.

Ritengo che la definizione sia più calzante se riferita al personale di Alitalia, che non sarà l’unica e magari neppure la principale causa dei malanni della compagnia, ma che i potenziali partner dello Stato considerano in esubero di alcune migliaia di unità (nonostante i ripetuti round di incentivi all'esodo anche settennali), mentre Luigi Di Maio lancia messaggi rassicuranti ai sindacati di categoria.

 

I pagatori di tasse sanno già come andrà a finire anche questa volta.

(Matteo Corsini)

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