Ernesto Preatoni, imprenditore (per lo più) nel settore immobiliare che di tanto in tanto scrive articoli per Libero, è sempre stato a favore di una via inflattiva alla soluzione dei problemi dell’Italia. Suppongo sia una sorta di forma mentis che accomuna gran parte di coloro che operano in quel settore, caratterizzato da un uso intensivo della leva finanziaria. In sostanza, pochi mezzi propri e molto debito. Se l’affare va bene, si guadagna; se va male, si perdono le briciole e il resto lo perdono i creditori, quasi sempre banche. Tassi bassi e inflazione (ossia tassi reali negativi) sono una manna per chi fa uso intensivo del debito, come è noto.

In merito agli accadimenti di questi giorni connessi alla diffusione del Covid-19, Preatoni scrive:

Le banche centrali non possono più salvarci, a meno che Powell, Lagarde e colleghi non si mettano a stampare banconote, non le carichino in un sacco, capiente, e poi salgano su un elicottero per lanciarle sulla folla in piazza. Sembra una soluzione estrema, ma anche il quantitative easing sembrava una misura eccessiva e oggi i mercati non possono più farne a meno. Il coronavirus ha, purtroppo, denudato il re del turbocapitalismo e della globalizzazione. Per cercare di rivestirlo il mondo non può che tentare di versare un fiume di denaro nelle tasche dei cittadini, sperando che basti. E sperando che le banche centrali, poi, capiscano quando è il momento di fermarsi.

In sostanza, non si discute sul ruolo che la politica monetaria ha avuto per lo sviluppo di ciò che viene definito turbo capitalismo. Però, poi, si chiede che sia inaugurato l’helicopter money. L’idea di fondo è che, riempiendo le tasche delle persone di denaro, tutto possa sistemarsi. Se così fosse, non si capisce per quale motivo non farlo in via continuativa, evitando a tutti quanti lo sforzo di dover produrre e scambiare qualcosa per vivere.

Forse anche Peatoni è consapevole che la cosa potrebbe avere effetti nocivi; ne consegue l’auspicio che “le banche centrali, poi, capiscano quando è il momento di fermarsi”. Un momento che, però, rischia di non arrivare mai.

Prosegue Preatoni:

Tutti i bambini conoscono la favola di Pierino e il lupo: Pierino a furia di urlare "al lupo, al lupo!" quando vien e aggredito non viene più creduto, perché in passato aveva lanciato troppi inutili allarmi. Sono quasi dieci anni che mi sgolo - e sto ben alla larga dai mercati - provando a significare quanto fragili siano le fondamenta su cui poggia l'economia dei Paesi avanzati. Dal 2008 le banche centrali hanno iniziato a inondare di liquidità i mercati statunitensi, europei e asiatici. Nel frattempo, la forbice tra ricchi e poveri si è allargata.

E come stupirsene? La politica monetaria genera sempre effetti redistributivi, non di rado regressivi. Preatoni pare convinto di avere la soluzione, però.

Bisogna iniziare, adesso, a mettere denaro nelle tasche dei cittadini e non della finanza. Quanto ci costerebbe? Il conto è presto fatto: in Italia ci sono 15 milioni di nuclei familiari. Escludiamo il terzo più ricco della popolazione. Restano 10 milioni di famiglie da sostenere con 500 euro mensili. Senza se e senza ma. Ogni mese ci vorrebbero cinque miliardi. Se durasse sei mesi costerebbe circa 30 miliardi. Sono tanti? Sono pochi? Direi pochi, se pensiamo che il quantitative easing ha portato sui mercati circa 14mila miliardi, finiti in gran parte nelle tasche dei più ricchi.

L’idea di fondo è sostenere i consumi mediante creazione di denaro dal nulla da assegnare però secondo le priorità individuate da Preatoni. Sempre di redistribuzione si tratta, con l’illusione che non sia l’equivalente di una tassa solo perché non è prelevata nell’immediato.

Ovviamente Preatoni non è sfiorato dal dubbio che dopo sei mesi ci sarebbe forte resistenza a interrompere la terapia. E così nei mesi successivi. Segnalo, tra l'altro, che pochi giorni dopo, intervistato dal Sole 24 Ore, Preatoni parlava già di 150 miliardi. Numeri in crescita più della diffusione del virus.

L’articolo si chiude poi con un richiamo nostalgico alla vecchia lira. Il che supporta quanto supponevo all’inizio.

(Matteo Corsini)

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