Dopo la riduzione di 50 punti base del tasso sui Fed Funds operato il 3 marzo dalla Federal Reserve in anticipo rispetto alla programmata riunione del Federal Open Market Committe prevista il 18 marzo, operatori di mercato e governi sempre più intossicati di liquidità premono perché anche la BCE adotti ulteriori misure espansive.

Il tutto parallelamente alla richiesta di politiche fiscali espansive, che si traducono in deficit aggiuntivo. La stessa BCE da tempo auspica che gli Stati con i conti meno scassati degli altri adottino una politica fiscale espansiva, secondo uno schema tipicamente keynesiano.

Da ultimo è arrivato uno studio di economisti della BCE (che scrivono sempre a titolo personale, ci mancherebbe), che arriva a proporre di tenere in considerazione le “persistenti deviazioni dell’inflazione dall’obiettivo della banca centrale”, oltre ad adottare una “interpretazione simmetrica del limite al 60% del rapporto tra debito e Pil.”

In pratica, due scuse per cercare di prendere a prestito dal futuro altra ricchezza che prima o poi dovrà essere prelevata dalle tasche dei pagatori di tasse.

In particolare, l’interpretazione simmetrica del limite del 60% nel rapporto tra debito e Pil, che fa il paio con quella altrettanto simmetrica auspicata per il target di crescita dei prezzi al consumo al 2% annuo, finirebbe per imporre a chi ha meno debito pubblico di indebitarsi di più.

E’ l’ennesima dimostrazione del fatto che contro il virus della spesa in deficit non si troverà mai un vaccino efficace, dato che il virus stesso riesce a mutare continuamente al mutare delle condizioni, e ogni emergenza gli fornisce nuova forza.

(Matteo Corsini)

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