L'assillo della "quantità di denaro"

(22 settembre 2018)

paperoneTramedoro ha recentemente pubblicato una scheda sul classico di Walter Block  "Difendere l'indifendibile". La scheda, scritta molto bene come è tipico di Tramedoro, riassume efficacemente gli argomenti di Block, che possono lasciare di stucco chi li incontra per la prima volta, ma non un libertario di lungo corso. Nel leggerla, tuttavia, sono quasi saltata sulla sedia incontrando la seguente frase, in difesa del tanto vituperato avaro:

Anche se l’avaro non investe il suo denaro ma si limita a tesoreggiarlo, rende comunque un servizio utile alla società provocando una diminuzione dei prezzi. Poiché c’è meno denaro in circolazione, quello che abbiamo in tasca aumenta di valore, dandoci il vantaggio di poter acquistare più beni e servizi con la stessa somma. Lungi dall’essere nocivo alla società, l’avaro è un suo benefattore, perché fa aumentare il nostro potere d’acquisto ogni qualvolta intraprenda il suo accaparramento di denaro. --- [da Tramedoro]

Ora, il problema non è che la frase in sé non sia corretta. Il meccanismo che vi è descritto è giusto. Però è in un certo modo fuorviante. Sono andata a leggere il libro di Block per verificare cosa aveva scritto effettivamente. Ed effettivamente Block aveva scritto proprio così.

Quando si parla di "quantità di denaro" sono diventata estremamente sensibile. Ogni accenno mi fa scattare campanelli di allarme. In un'altra scheda di Tramedoro, relativa ad un libro di Carl Menger sul denaro, c'era una frase sulla "quantità di denaro" che mi aveva immediatamente colpito, e non ho trovato pace finché non ho chiarito la questione.

"L'avaro rende un servizio alla società riducendo la quantità di denaro in circolazione", a me sembra che la frase affermi questo. E allora spendiamo due parole per chiarire da dove nascono le perplessità.

La frase sull'avaro è in risposta al tipico argomento keynesiano che nel suo 'famoso o meglio infame “paradosso del risparmio”, sostiene che più vi è risparmio in un’economia, meno si spende per i consumi, e che meno si spende, meno saranno i posti di lavoro'. Parrebbe evidente che il fine dei keynesiani sia giustificare l'appropriazione di quel risparmio e la produzione di denaro dal nulla (equivalente a rubare denaro risparmiato).

L'aumento della quantità di denaro "in circolazione" non porta necessariamente benefici all'economia, anzi è foriera di distorsione delle attività economiche e futura recessione, come ben sa chi conosce l'economia austriaca. Però anche l'idea che riducendo la quantità di denaro si renda un beneficio alla società, cioè si favorisca l'economia complessiva, può lasciare molto perplessi. Ad esempio, quando il "money supply" cala, anche gli analisti più sensati prevedono recessione. Non so quanto sia efficace ribattere all'argomento keynesiano "l'avaro danneggia l'economia perché riduce la quantità di denaro in circolazione" con "l'avaro favorisce l'economia perché riduce la quantità di denaro in circolazione".

Quantità di denaro e uso del denaro

Io credo che l'uomo sia un po' polarizzato rispetto al concetto di "quantità di denaro" dal fatto che la "quantità di denaro" di cui un individuo dispone è estremamente rilevante per la sua vita. È un assillo costante. Se abbiamo denaro, siamo liberi di fare tante cose che vogliamo fare. Se non ne abbiamo abbastanza, è un problema colossale per le nostre vite. Talmente ingranato è il concetto che la quantità di denaro sia estremamente rilevante che viene naturale pensare che la quantità di denaro complessiva giochi un ruolo fondamentale per l'economia di un'intera società.

È un equivoco che si riverbera in tantissime convinzioni sul denaro. Siccome per noi stessi avere denaro permette di procurarci prodotti e servizi in quantità commisurata a quanto ne abbiamo, diventa naturale pensare che la quantità di denaro complessiva  determini la produzione di beni e servizi. Si sente parlare tante volte di "giusta quantità di denaro da immettere nell'economia".

E allora ribadiamo alcuni concetti di base. Innanzitutto, il denaro non produce nulla. È esclusivamente il lavoro dell'uomo che produce beni e servizi. Il denaro è uno strumento che favorisce, facilitandola e ampliandone l'estensione, la collaborazione tra uomini e la divisione del lavoro, amplificando l'efficienza della produzione.

Non è la quantità di denaro complessiva, ma l'uso del denaro per gli scambi tra gli uomini che favorisce la produzione. Un denaro affidabile, in tutte le sfaccettature di questo termine, è ciò che meglio favorisce la collaborazione produttiva. Ovviamente, la quantità di denaro deve essere sufficiente a far sì che l'uso di denaro sia il più universalmente diffuso, se vogliamo i maggiori benefici dall'uso di denaro. Era questa la "quantità di denaro" al centro della frase di Menger di cui ho accennato sopra. Ma non è questo il tema di cui si tratta qui. Quando il denaro è più o meno universalmente usato per gli scambi tra uomini all'interno di una società, come avviene per la nostra società da tanto tempo, la sua "quantità complessiva" non è in sé molto rilevante per il buon andamento dell'economia. Ciò che è rilevante è quanto il denaro è affidabile, e quanto è libero dall'intervento statale, ma non quanto è.

Il denaro serve solo se esiste un mercato di beni e servizi prodotti da altri. Su un'isola deserta il denaro non ci servirebbe a nulla, mentre i beni ci servirebbero eccome. Mentre avere mezzo chilo di pane o averne un chilo fa differenza in sé, avere una quantità di denaro in sé non significa nulla: il nostro denaro è tanto o poco a seconda di quanto ne abbiamo rispetto agli altri, che competono con noi per gli stessi beni e servizi. Se la banca centrale produce denaro dal nulla e lo consegna a persone che non siamo noi, aumentando la quantità di denaro complessiva, a tutti gli effetti ci sta rendendo più poveri. Poi possiamo sperare o prevedere che quel denaro finisca per arrivare a noi più di quanto arrivi ad altri, ma si tratta di una speranza mal riposta e pericolosa.

In ogni caso, anche se siamo ricchissimi rispetto agli altri, non potremo procurarci su mercato un bene che non è prodotto. Nessun riccone del diciannovesimo secolo avrebbe mai potuto comprarsi un aereo. Senza l'uso diffuso del denaro, l'uomo non sarebbe mai arrivato a produrre aerei.

Il nostro accaparratore rende un servizio o arreca un danno alla società?

Se l'accaparratore avesse ottenuto il denaro che accaparra tramite furto o frode, porterebbe benefici alla società? Chiaramente no, porterebbe danni. Ma anche in quel caso avrebbe "ridotto la quantità di moneta in circolazione".

Nella frase sull'avaro è implicitamente assunto che l'accaparratore si procuri il denaro che accaparra tramite la produzione di qualcosa di utile. L'accaparratore rende un servizio alla società perché produce e non consuma (cioè produce più di quanto consuma). Sì, questo si manifesta nel suo non partecipare alla competizione per beni e servizi e quindi in prezzi più bassi di quanto sarebbe se vi partecipasse, ma non è la 'riduzione della quantità di denaro in circolazione' in sé a rendere un beneficio.

Provate un semplice esperimento di pensiero. Immaginate di gestire una comunità, in cui produzione e condivisione dei beni avvengono senza che sia implicato l'uso di denaro. L'accaparratore corrisponde a qualcuno che produce più di quanto consuma, il keynesiano (dipendente statale pagato con denaro creato dal nulla) corrisponde a qualcuno che consuma più di quanto produce. Che dite: è il primo o il secondo a portare benefici all'economia della comunità? C'è un "paradosso del risparmio" o gente come Keynes andrebbe presa a pedate?

Possono sembrare sottigliezze. Tuttavia è proprio giocando sul filo degli equivoci su denaro e produzione che marxisti e keynesiani riescono ad ammantare di qualche ragionevolezza  idee completamente illogiche e distruttive. A nessuno interessa avere un "posto di lavoro" per poter lavorare: è lo stipendio (includendo in questo vari benefit collaterali) che interessa, e i beni che esso permette di comprare. Le politiche keynesiane che realizzano "posti di lavoro" che in sostanza producono meno di quanto costano non rendono alcun servizio utile alla società, anzi la danneggiano.

C'è un motivo chiaro per cui le società in cui gli individui risparmiano prosperano e quelle in cui si creano montagne di denaro dal nulla collassano: nelle prime gli individui consumano meno di quanto producono, nelle seconde si fa sì che sempre più individui consumino senza produrre nulla. Se è vero che a volte spendere troppo poco può danneggiare un individuo, nessuna società è mai collassata per aver risparmiato troppo; tutte le società sono collassate per ragioni che si possono ricondurre all'aver consumato troppo.

Il nostro accaparratore è davvero un benefattore. Sì, se investisse il suo denaro in qualcosa che finisce per portare a migliore efficienza di produzione, porterebbe alla lunga a benefici ancora maggiori. Ma un investimento non è vantaggioso in quanto investimento: si può anche rivelare sbagliato, e in quel caso non porta a nessun beneficio, anzi. In ogni caso, il nostro accaparratore che non investe in nessun modo sta limitando o ostacolando o scoraggiando i progetti di investimento di altri.

Ma l'avarizia non è un vizio capitale?

È consigliabile dunque agire come l'accaparratore?

Se si parla di vivere entro i propri mezzi, assolutamente sì.

Però l'"accaparramento" è in genere associato (non propriamente) a un modo di essere che non necessariamente è collegato al semplice risparmio di denaro.  L'"avarizia" che è un vizio capitale è nel senso di "avidità", la brama di cose materiali che distoglie da aspetti fondamentali delle relazioni con gli altri. Se certamente l'ottenimento di beni materiali non deve essere a scapito di onestà, è bene che non lo sia anche di carità e generosità.

Non essere schiavi delle cose materiali: da questo si mette in guarda indicando come "avarizia" un vizio capitale.  È un'ottima regola anche per ottenere successo economico.

L'avidità può certamente essere molto dannosa per se stessi. Se non è a scapito dell'onestà, tuttavia non crea danni alla società.

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