Ancora oggi, a quasi quarant’anni di distanza, capita sovente di imbattersi in qualcuno che sostiene che l’origine di tutti i mali della finanza pubblica italiana sia da far coincidere con il cosiddetto divorzio tra il Tesoro e la Banca d’Italia, avvenuto nel 1981.

Fino ad allora la Banca d’Italia monetizzava di fatto il debito pubblico, coprendo le emissioni di titoli di Stato al tasso programmato dal Tesoro nel caso in cui non vi fosse domanda di mercato a quelle condizioni. Così facendo i tassi di interesse reali furono a lungo negativi, il tutto a danno degli investitori.

Si prenda, per esempio, un articolo a firma Michele Zaccardi su Libero del 31 dicembre, nel quale capita di leggere:

L'ennesimo monito della Banca centrale europea all'Italia a ridurre il debito, è arrivato pochi giorni fa. Il peso che l'Italia si porta sul groppone è grande, ma le ricette seguite negli ultimi anni non hanno fatto altro che aumentarlo. Il debito pubblico, ora al 131,8% del reddito nazionale, nel 2007 era al 99,8%. È evidente che qualcosa è andato storto. Le misure di austerità adottate, cioè tagli alla spesa e aumenti delle tasse, sono state basate sul presupposto che l'Italia fosse un Paese di scialacquatori, in particolare durante gli anni '80. La voragine nei conti si apre infatti in quel decennio, col raddoppio del peso del debito in rapporto al Pil. La vulgata vuole che la crescita del debito pubblico sia insomma colpa di una gestione allegra delle finanze dello Stato, portata avanti da un ceto politico parassitario e corrotto. Per mantenere il consenso e talvolta per ingrassare delle vere e proprie clientele, le classi politiche della Prima Repubblica avrebbero elargito laute prebende. Una mangiatoia alla quale si sarebbero abbuffate le grandi consorterie nazionali: industriali, politici, finanzieri e sfaticati che vivevano di false pensioni di invalidità e assistenzialismo. Ecco, questa vulgata, in parte vera, non tiene conto del dato storico. Che vede il debito esplodere a partire dal 1981, dal famoso divorzio tra Ministero del Tesoro e Banca d'Italia. Fino al 1980 il debito pubblico si mantenne basso in rapporto al Prodotto interno lordo. Poi, dall'81 inizia una salita vertiginosa che lo porterà dal 56,1% al 121,8% nel '94.”

E’ curioso il fatto che molti parlino di austerità e tagli di spesa, senza rilevare che la spesa pubblica in realtà non è calata affatto nell’ultimo decennio. E’ cambiata la composizione, ma l’aggregato, lungi dal diminuire, è aumentato.

Negare la gestione sciagurata della finanza pubblica degli anni ’80 (la produzione di alti deficit era peraltro iniziata nel decennio precedente) significa negare la realtà dei numeri. Ma per gli antidivorzisti tutto è dovuto a quel tragico divorzio. Infatti:

E questa non può essere una coincidenza, a meno che non si creda che i politici siano diventati tutti ladri dopo quella data. Nel marzo dell'81 il ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, e il governatore della Banca d'Italia, Carlo Azeglio Ciampi, si mettono d'accordo per rendere indipendente dal governo l'istituto di emissione. Prima della separazione, infatti, Palazzo Koch era obbligato ad acquistare i titoli di Stato rimasti invenduti. In questo modo il governo riusciva a finanziarsi al prezzo che voleva: se un'asta di titoli di stato andava deserta perché gli investitori ritenevano il rendimento offerto troppo basso, interveniva Bankitalia. Certo, non era tutto rosa e fiori, ma un merito il matrimonio ce l'aveva: permettere al governo di fare politiche di redistribuzione e investimenti pubblici senza preoccuparsi troppo dei vincoli di bilancio. E senza aumentare il debito pubblico.”

In realtà il debito pubblico aumentava, ma non esplodeva in rapporto al Pil pur mostrando un andamento crescente del rapporto, dato che il Tesoro si finanziava a tassi reali negativi, beneficiando dell’inflazione. Venendo ridimensionata quella tassa occulta, per evitare ciò che poi è successo lo Stato avrebbe dovuto ridurre la spesa pubblica o aumentare le tasse esplicitamente. La prima scelta sarebbe stata di gran lunga preferibile, non solo da un punto di vista libertario, visti i risultati prodotti dalla spesa pubblica.

Quello che per Zaccardi è un “merito”, in realtà è l’esatto contrario. Non è che non ci fossero vincoli di bilancio, semplicemente erano occultati mediante l’inflazione. Che, però, era andata crescendo un po’ troppo, non solo in Italia.

A partire dalla fine degli anni '70 la spirale inflattiva che travolse le economie occidentali, causata dai due shock petroliferi del '73 e del '79, spinse politici ed economisti a cercare strategie alternative per bloccare l'aumento vertiginoso dei prezzi. La soluzione che si trovò fu quella di impedire che venisse stampato troppo denaro. Così, in quasi tutto il mondo, le banche centrali diventarono autonome dai governi, e lo stesso avvenne in Italia. Il ragionamento era che per ridurre la rincorsa dei prezzi, gli istituti di emissione non dovevano mostrarsi proni alle richieste dei governi. Insomma, le Banche centrali dovevano essere percepite come credibili dai mercati. Fino a quando i politici al potere avrebbero potuto farsi dare il denaro che gli occorreva con una semplice telefonata ai banchieri centrali, questi ultimi non avrebbero avuto credibilità, e così le loro decisioni. Per trionfare sull'inflazione bisognava separare chi ha il potere di creare denaro da chi lo amministra. L'Italia si mise in scia delle altre economie avanzate.”

Solitamente gli antidivorzisti dimenticano di menzionare la fine della convertibilità del dollaro in oro dichiarata unilateralmente da Nixon nel 1971; un fatto che ebbe un ruolo fondamentale nel generare i disordini monetari del decennio a seguire.

Ciò detto, considerando che l’azione dei banchieri centrali tende a essere inflattiva, evidentemente se costoro prendono ordini direttamente da chi fa spesa pubblica le cose non possono far altro che scappare di mano. Come storicamente è sempre avvenuto e avviene tuttora nei casi di dipendenza della banca centrale dal Tesoro.

Ed ecco che, rimasto single, il Tesoro si trovò in balia del cattivo per definizione: il mercato.

Senza un acquirente di ultima istanza, infatti, lo Stato si mise nelle mani dei mercati. E l'Italia, per finanziarsi, fu costretta ad offrire rendimenti sempre più alti. Il debito nei quattordici anni dal 1980 al 1994 decuplicò, da 114 a oltre 1000 miliardi di euro.”

Situazione nella quale, peraltro, si trovava la maggior parte degli altri Stati europei, dove pure l’esplosione del rapporto tra debito e Pil che c’è stata in Italia non si verificò. L’Italia, quindi, si trovò ad affrontare un contesto simile a quello di altri Paesi, ma tanto chi governava, quanto (gran parte di) chi si opponeva non volle mettere freno al deficit.

Sempre in quegli anni, in realtà un po' prima, nel '79, l'Italia entrò nel Sistema monetario europeo, un accordo di cambio fisso con altri Stati del vecchio continente. Una riedizione del "Serpente monetario europeo", naufragato qualche anno prima con l'uscita di Regno Unito e Irlanda, seguiti nel '73 dall'Italia e nel '74 dalla Francia. Nel nuovo sistema ad ogni moneta era attribuito un peso a seconda della sua solidità. Chiaramente la lira valeva di meno del Marco, a causa del divario tra le due economie. Le valute orbitavano attorno a una parità centrale, l'Ecu, il cui valore era la media tra tutte le monete europee. I Paesi dovevano impegnarsi a contenere le oscillazioni entro un certo margine, anch'esso stabilito di comune accordo (per l'Italia era il 6% in più o in meno sull'Ecu). Per far questo le banche centrali intervenivano comprando valuta nazionale se questa era troppo debole o vendendola se troppo forte. Il problema era che le decisioni di fatto erano prese a Berlino: se la Germania decideva di aumentare i tassi di interesse tutti gli altri dovevano accodarsi. Altrimenti i capitali sarebbero andati in terra tedesca, dove davano più interessi. In questo modo l'Italia fu costretta ad offrire rendimenti sempre più alti sul proprio debito. Di conseguenza la spesa per interessi aumentò, toccando il suo massimo nel '90, quando lo Stato fu costretto a sborsare ai suoi creditori più dell'11% del Pil. Questi due eventi, divorzio tra Tesoro e Bankitalia e ingresso nello Sme, fecero esplodere il debito pubblico a causa dei costi crescenti che lo Stato doveva sostenere per finanziarsi. Infatti, se fino alla fine degli anni '70, i tassi reali, quindi depurati dall'inflazione, furono negativi, dopo non fu più così.”

Un altro esempio della miopia dei sovranisti antidivorzisti. Se l’Italia non avesse fatto parte dello SME, non è che la politica monetaria tedesca non sarebbe comunque stata determinante a livello europeo. Lo sarebbe stata eccome, e anche in quel caso ci sarebbero state ingenti fughe di capitali se la politica monetaria italiana fosse stata più espansiva rispetto a quella tedesca. Qui solitamente i sovranisti invocano i controlli sui capitali (che peraltro all’epoca erano previsti), che sono poi una delle tante forme di repressione finanziaria tipica dei sistemi socialisteggianti.

In definitiva, rimpiangere i tempi precedenti il “divorzio” significa rimpiangere una tassa da inflazione che viaggiava a doppia cifra e colpiva per lo più coloro i quali, a parole, molti “antidivorzisti” (che corrispondono poi sostanzialmente ai sovranisti) sostengono di voler tutelare.

Dimostrando di essere ignoranti o cialtroni (o entrambe le cose).

(Matteo Corsini)

Scrivi un commento

Codice di sicurezza Aggiorna