Affacciandosi alla finestra esultante come se l’Italia avesse appena vinto il mondiale di calcio, Luigi Di Maio, dopo aver ridotto il ministro dell’Economia Tria a zimbello imponendogli, d’accordo con Matteo Salvini, di puntare a un deficit del 2.4% del Pil (che a mio parere sarà un floor, non un cap), ha detto, tra le tante altre stupidaggini:

Abbiamo portato a casa la manovra del popolo che cancella la povertà grazie al reddito di cittadinanza per il quale ci sono 10 miliardi.

In attesa dei dettagli, ciò che pare certo è che il maggior deficit servirà in maggior parte non per finanziare una riduzione di tasse, che per lo meno consisterebbe in una riduzione dell’aggressione dello Stato alla proprietà privata, bensì nell’ennesimo aumento di spesa.

A parte l’inevitabile aumento della spesa per interessi, che già di per sé equivale a nuove tasse in futuro, qualsiasi incremento di spesa per provvedimenti “di cittadinanza” temo siano destinati a diventare strutturali.

Credo sarà inevitabile, prima o poi, un nuovo “Monti moment”, ossia l’arrivo di un governo che dovrà dare una forte randellata fiscale per coprire i buchi che avranno fatto gli alfieri del “cambiamento”.

 

E purtroppo, come sempre in passato, la spesa non verrà ridotta, anche in nome di diritti nel frattempo “acquisiti” che troveranno giudici costituzionali pronti a tutelarli anche laddove ci fosse un tentativo di riduzione di spesa parassitaria (perché questo sono, in ultima analisi e checché ne dicano Di Maio e colleghi, la pensione e il reddito di cittadinanza).

Mentre le tasse aumenteranno, anche per coloro ai quali (forse) nel frattempo fossero state ridotte. Perché la realtà è che nessuna riduzione di tasse, per quanto auspicabile, può essere strutturale se fatta in deficit, a maggior ragione quando uno Stato ha già un bilancio sgangherato e ingolfato di debiti come l’Italia.

Avanti con il cambiamento. In peggio.

(Matteo Corsini)

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