Il ministro per gli Affari Europei, Paolo Savona, ha partorito un documento inviato ai partner europei, dal titolo “Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa”.

Si tratta di un condensato del Savona pensiero, che rappresenta la corrente del keynesismo italico che, ancorché con un linguaggio che non è quello sgangherato di chi lo ha voluto nel governo, punta allo stesso obiettivo: liberare l’Italia dai vincoli di bilancio.

 

Non volendo apparire falsamente modesto, Savona parte con una citazione tratta da “Il Principe” di Niccolò Machiavelli:

 

Non esiste cosa più difficile a trattare, né più dubbia a riuscire, né più pericolosa a maneggiare, che farsi capo e introdurre nuovi ordini, perché lo introduttore ha per nimici tutti quelli che degli ordini vecchi fanno bene, e ha tepidi defensori tutti quelli che degli ordini nuovi farebbono bene.”

 

In realtà non vi è nulla di essenzialmente nuovo in quello che poi propone, anche se la citazione pare essere rivolta soprattutto alle più che probabili perplessità dei destinatari del documento, in particolare quelli di lingua tedesca, responsabili secondo l’autore di tanti dei mali italiani.

 

Secondo Savona, nell’Unione europea e nell’Area dell’euro in particolare, ci si è concentrati su politiche economiche e riforme sul lato dell’offerta, tralasciando il sostegno alla domanda che, al contrario, è stato contrastato da politiche fiscali restrittive.

L’effetto è stato un minore saggio reale di sviluppo e di inflazione e una maggiore disoccupazione, alla cui origine vi è un problema irrisolto di coordinamento tra politica monetaria e politica fiscale la cui soluzione tentata è stata quella di porre vincoli alla seconda, subordinandola alla prima, invece di usarla per perseguire schemi di crescita capaci di cambiare la prospettiva dell’Unione Europea. Questa situazione ha il suo epicentro nella paralisi fiscale dei paesi con eccesso di debito pubblico e nel mancato riciclo sulla domanda dei rilevanti avanzi di bilancia corrente estera da parte di paesi, come l’Olanda e la Germania.”

 

Affermazioni non particolarmente innovative. Keynesismo trito e ritrito, con in più l’individuazione delle cause dei problemi negli egoismi teutonici; atteggiamento piuttosto diffusi in Italia.

 

Chiaramente per Savona dovrebbe essere la politica monetaria a essere subordinata a quella fiscale, con la banca centrale pronta a stampare denaro per dare benzina alle politiche di deficit spending, ancorché classificate come investimenti a elevato moltiplicatore.

 

Secondo Savona, tra l’altro, le politiche di sostengo alla domanda sarebbero nell’interesse di tutti quanti, perché solo così si porrebbe un argine all’avanzata dei sovranisti euroscettici (peraltro coloro che lo hanno portato al governo dell’Italia).

 

Interessante questo passaggio:

 

Un’elementare principio di logica matematica indica che per il raggiungimento di ciascun obiettivo è necessario indicare uno strumento, meglio anche più d’uno per garantire il successo.”

 

C’è da sperare che Savona padroneggi la logica matematica meglio della grammatica italiana, perché quell’apostrofo è un errore da matita blu. Roba da insegnante di sostegno (per Savona) più che di sostegno alla domanda aggregata.

Anche il richiamo al fatto che all’unione monetaria non sia seguita quella politica non è particolarmente innovativo.

 

La peculiarità dell’architettura istituzionale europea è non essere retta da uno Stato, che poco si raccorda con il riferimento frequente alle idee federaliste del Gruppo di intellettuali che ha dato vita al Manifesto di Ventotene. Si è reso interprete di questa situazione uno dei più attivi protagonisti della moneta unica, il Presidente della Repubblica italiana Carlo Azeglio Ciampi, che ha ripetutamente detto che l’architettura europea era affetta da “zoppia”, mancava di unione politica, della messa in comune delle sorti dei cittadini dell’Unione. Un principio elementare per la sopravvivenza legale, non solo economica, di una moneta comune.”

 

Ovviamente la citazione di Ciampi  fa molto padre nobile dell’europeismo.

 

Ciò che credo debba essere sottolineato è che il ragionamento sulla incompletezza o “zoppia” ha senso solo se si accetta come scontato che la moneta debba essere emessa e gestita da un’entità statale in monopolio e che questa debba, se necessario, monetizzare la spesa pubblica. Ma questo non è affatto l’esito di un ordine spontaneo, dal quale ebbe origine la moneta, bensì l’esito dell’uso di mezzi politici (chissà se Savona abbia mai letto Franz Oppenheimer) per ottenere il monopolio sulla moneta, estromettendo il mercato.

Savona afferma, in modo per me abbastanza sinistro, che per dare un futuro alla unione politica europea, si debbano “educare i giovani”.

 

Affinché questa unione si possa realizzare in futuro, è necessario educare i giovani, oltre che istruirli, dando vita a una scuola europea di ogni ordine e grado nella quale trovi spazio una comune cultura, mantenendo viva la coscienza dell’immenso patrimonio culturale di cui dispongono tutti i paesi membri, come stabilisce il Trattato. Fatta l’Europa si devono fare gli europei.”

 

Un D’Azeglio penso sia bastato senza doverne riproporre l’auspicio su scala continentale. Probabilmente Savona si immagina già una via a lui dedicata in ogni città dello Stivale.

Ma ecco i desiderata savoniani per la politica monetaria e per quella fiscale. Partendo dalla prima.

La BCE dispone degli strumenti necessari per agire come le principali banche centrali del mondo, ma non nelle forme adeguate. I suoi poteri non sono integrati, come altrove, da quelli di altre istituzioni dello Stato, una condizione di cui l’UE non può disporre. I poteri di intervento sul cambio estero dell’euro e quelli di svolgere funzioni da prestatore di ultima istanza (lender of last resort) sono stati attivati da pressioni derivanti da eventi straordinari e dall’abilità del Presidente, ma non sono espressamente previsti nel suo Statuto.”

 

Savona crede probabilmente che la BCE dovrebbe ricorrere a svalutazioni dell’euro per dare più competitività (nella distorta ottica mercantilistica-keynesiana) all’Europa, come se questo non provocasse reazioni da parte delle altre banche centrali.

 

Quanto alla funzione di prestatore di ultima istanza, la nostalgia di Savona per una banca centrale che assicura il buon esito alle aste di titoli di Stato come prima del divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro del 1981 appare evidente. E’ comprensibile che un ottuagenario abbia nostalgia di quando era quarantenne, ma considerare quel divorzio la causa dei problemi di debito pubblico dell’Italia equivale a ritenere che l’inflazione non sia una forma deteriore di tassazione.

Non vi sarà mai competizione corretta (fair competition) nell’eurozona finché le imprese di un paese avranno un costo del danaro permanentemente più elevato rispetto a quelle di un altro paese per motivi diversi dalle loro specifiche inefficienze, ma derivanti semplicemente dall’essere uno Stato membro la cui denominazione del debito sovrano non è nella moneta che esso crea ed è quindi esposta al rischio sovrano.”

 

Quindi il problema per Savona pare essere che l’Italia non abbia il controllo della moneta, cosa che, peraltro, riguarda anche gli altri Paesi dell’Area euro. Non, invece, che l’Italia non abbia avuto il controllo della spesa pubblica, nonostante una tassazione ai vertici continentali. Né che le imprese siano svantaggiate da apparati burocratici e inefficienze della giustizia che nulla hanno a che vedere con la moneta.

Ed ecco l’evocazione dell’indicente di percorso.

 

La politica fiscale degli Stati membri non può essere posta al servizio della stabilità dell’euro, sottraendole la funzione indispensabile di mantenere l’economia dell’intera eurozona sulla strada della crescita invece di indurre una biforcazione dell’itinerario tra chi rientra nei due parametri fiscali e chi non riesce a farlo. Il sistema rischia per questo di spaccarsi, come voci autorevoli hanno suggerito di fare per scelta governata e non per incidente di percorso.”

Di qui la proposta di Savona, partendo dalla negazione (senza perdere tempo in spiegazioni) della legge di Say.

 

In linea di principio l’offerta non crea la propria domanda, la quale, per evitare il ristagno, deve essere sottoposta a impulsi esogeni finalizzati allo scopo da parte delle autorità di politica economica.”

 

Messa così parrebbe addirittura che la politica fiscale, da strumenti anticiclico, dovrebbe essere usato in modo permanente. A dire il vero anche questo è tipicamente italiano, dove i keynesiani hanno sempre voluto essere più keynesiani di Keynes.

Manco a dirlo, servono gli investimenti pubblici.

 

L’attuazione a livello nazionale di una politica fiscale centrata sugli investimenti richiede tre condizioni: i. un’esatta conoscenza dei moltiplicatori della spesa di questo tipo, ii. una diversa considerazione temporale dei due parametri fiscali e iii. una diversa registrazione contabile rispetto a quella vigente.”

 

Checché ne possa dire qualunque keynesiano, la prima condizione non è mai realizzabile. La seconda è un tentativo di diluire l’osservanza del rispetto dei parametri fiscali. La terza è la famosa (o famigerata) regola di esclusione della spesa per investimenti dal calcolo del deficit. Bontà sua, Savona computerebbe nel deficit per lo meno la quota di ammortamento annuo degli investimenti, suppongo in base a piani di ammortamento centenari per diluire molto l’impatto sul disavanzo annuo.

 

Ma attenzione a questo passaggio.

 

Non deve perciò valere il principio di una considerazione dei vincoli dei parametri fiscali come obiettivo statico, ma come risultato degli effetti di crescita dovuti a impulsi esogeni, ossia come variabile dipendente dalla combinazione tra azione spontanea del mercato e politica economica.”

 

Capisco che possa apparire poco chiaro, e in effetti sembra una supercazzola. Resa un po’ meno enigmatica in un passaggio successivo.

Siffatta impostazione comporta che l’iniziativa sulla domanda aggregata deve essere guidata dalla regola aurea di un sistema di crescita stabile: la percentuale di disavanzo del bilancio non deve essere superiore al saggio di crescita nominale del PIL che ne risulta.”

 

Il che presupporrebbe di poter predeterminare i suddetti moltiplicatori o, in altri termini, poter predeterminare l’andamento del Pil futuro e, sulla base di quello, fare deficit. Per me siamo al livello di Otelma, ma non vorrei che il “divino” si sentisse offeso.

 

Quanto alla fiscalità, Savona parla (secondo me sempre in modo sinistro) di armonizzazione.

 

Vi è inoltre il grave problema delle diversità profonde di trattamento tributario. Un’azione di contrasto monetario non condizionato fiscalmente sarebbe più efficace se venisse definita una politica impositiva europea coerente con le esigenze di una corretta competizione. Una politica tributaria standardizzata a livello europeo contribuirebbe a stimolare un più corretto e più equo sviluppo economico e sociale, dando vita a una politica dell’offerta migliore della politica dell’austerità.”

Tradotto dal supercazzolese, siccome l’Italia non potrebbe permettersi, senza abbattere la spesa in modo drastico (cosa che nessuno tra chi governa vuole fare), di abbassare le tasse a livelli irlandesi, si tratterebbe di arrivare a un livellamento verso l’alto della tassazione. Ovviamente per avere un “più corretto e più equo sviluppo economico e sociale”.

 

Ed ecco, alla fine, la proposta di Savona e del governo del cambiamento ai partner europei.

 

Se i timori dei paesi membri creditori che ostacolano la definizione di una politica fiscale fossero dovuti al rischio temuto da alcuni paesi di doversi accollare il debito altrui, esistono le soluzioni tecniche per garantire che ciò non avvenga. Si tratta di attivarle in pratica effettuando scelte politiche, come quelle di concordare un piano di rimborsi a lunghissima scadenza e ai tassi ufficiali praticati, fornendo una garanzia della BCE fino al rientro nel parametro del 60% rispetto al PIL, in contropartita di una ipoteca sul gettito fiscale futuro o di proprietà pubbliche in caso di mancato rimborso di una o più rate. Ossia decidere quello che si sarebbe dovuto fare prima dell’avvio dell’euro. Ovviamente tra le clausole di un siffatto accordo vi sarebbe anche quella che il disavanzo di bilancio pubblico si collochi in modo dinamico entro la regola indicata di coerenza rispetto al saggio di crescita nominale del PIL e quindi non comporti un nuovo superamento del rapporto debito pubblico/PIL.”

 

Quando si arriva al dunque, si tratta sempre di farsi dare soldi dalla banca centrale a tassi non di mercato, dando a garanzia gettito futuro o beni demaniali. Il tutto non senza condizionalità, ci mancherebbe. Ma, come evidenziato in precedenza, con un rispetto dinamico dei parametri fiscali basato sulla ipotesi di poter predeterminare l’andamento del Pil futuro.

Otelma ha un concorrente temibile. Decisamente.

(Matteo Corsini)

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