In un articolo di commento al recente fallimento del vertice Ue avente a oggetto la definizione del bilancio pluriennale 2021-2027, Adriana Cerretelli, prendendo la parte dei fautori di un aumento delle risorse, scrive che “circa 1.000 miliardi in 7 anni per 27 paesi” sono “obiettivamente insufficienti a finanziare la riscossa. Possibile che 27 paesi con una spesa pubblica nazionale media che sfiora il 47% del Pil non riescano a investirne più dell’1% in un’Unione caricata di nuove e vitali ambizioni?

Il punto di vista è quello che va per la maggiore nei Paesi del sud e in Francia, e si contrappone alla posizione tedesca e dei Paesi del nord. Uno schema noto che va ripetendosi da anni.

Ora, gli investimenti di cui si parla devono essere finanziati e le risorse devono essere prelevate, presto o tardi, dalle tasche dei pagatori di tasse. Proprio perché la spesa pubblica nazionale è già pari a circa la metà del Pil, a sua volta finanziata da tasse presenti e future, le “ambizioni” dei fautori dell’aumento di spesa Europea finirebbero sempre per gravare sulle stesse tasche, ancorché con schemi di distribuzione diversi da quelli nazionali.

Aggiungere spesa pubblica a livello europeo a quella nazionale non può far altro che appesantire, prima o poi, il fardello fiscale a carico dei pagatori di tasse dei 27 Paesi.

Sarebbe bene evitare di illudersi e, peggio ancora, illudere altri, che gli investimenti europei sarebbero un pasto gratis. Come già su scala nazionale, lo sarebbero solo per i consumatori di tasse. 

(Matteo Corsini)

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