Qualunque pagatore di tasse sa che la più grande scemenza che si sente ripetere da anni è quella relativa al “fisco amico”. Se uno andasse oltre la retorica statalista, non dovrebbe avere dubbi nel ritenere la tassazione una violazione del principio di non aggressione nella forma riconducibile alla violazione della proprietà del pagatore di tasse mediante un atto che, nella sostanza, non è dissimile dal furto.

Ma anche per coloro che non sono avversi alla tassazione quale violazione del principio di non aggressione, dovrebbe essere evidente che il fisco è tutt’altro che “amico”, a maggior ragione in Italia.

I casi di cronaca che smentiscono l’amicizia del fisco nei confronti dei pagatori di tasse sono innumerevoli. Per esempio, come riportato in un articolo sul Sole 24 Ore del lunedì a firma Giuseppe e Tonino Morina, capita che l’agenzia delle Entrate non solo sbagli, ma perseveri e smentisca se stessa.

Ecco quanto accaduto a Messina, secondo quanto riportato nell’articolo.

Una vicenda complessa, che comincia nel 2010 quando l’agenzia delle Entrate, direzione provinciale di Messina, emette due atti di accertamento: uno, relativo al 2006, per 103.098 euro; e uno per il 2007, per 109.103 euro. In totale 212.201 euro tra imposte e sanzioni. Una somma enorme. Il contribuente ricorre contro i due accertamenti, ma, nonostante i due casi siano identici, nel 2013 ottiene esiti opposti: il ricorso relativo al 2006 viene bocciato dai giudici della Commissione tributaria provinciale di Messina, mentre il secondo, contro l’accertamento per il 2007, viene accolto.”

Già il fatto che due casi identici siano trattati in modo difforme a me pare allucinante.

Quindi:

I giudici tributari, dunque, emettono due sentenze opposte sugli stessi motivi e per lo stesso contribuente. E qui la vicenda si biforca ulteriormente perché il contribuente da un lato presenta l’appello contro la sentenza di primo grado per l’accertamento del 2006; dall’altro lato, ritenendo palese l’errore del Fisco, chiede all’ufficio di Messina di annullare in autotutela entrambi gli accertamenti.

La cosa parrebbe risolversi.

A questo punto - forse perché “accerchiato” - l’ufficio riconosce gli errori, e il 25 marzo 2014 annulla gli accertamenti. Nel provvedimento si mette nero su bianco che l’accertamento «è privo di effetti e le somme richieste non sono dovute». Duecento dodicimila euro risparmiati, contribuenti contenti, vicenda chiusa.”

E invece no.

Ma il processo contro l’accertamento del 2006 non si ferma e a distanza di sette anni dalla sentenza di primo grado, anche perché in Sicilia la giustizia è lenta, si discute il ricorso in appello in Commissione tributaria regionale. In udienza - e qui torniamo all’inizio della storia - l’ufficio si dimentica il proprio annullamento in autotutela perché ha perso le carte. I giudici, a loro volta - senza considerare i documenti prodotti dal difensore - “resuscitano” l’atto sbagliato, rigettano l’appello del contribuente e lo condannano a pagare le spese di due gradi di giudizio «determinate e liquidate in complessivi 4mila euro» a favore dell’ufficio. È evidente che se l’ufficio avesse esibito l’annullamento i giudici avrebbero dichiarato cessata la materia del contendere.”

Al peggio pare quindi non esserci mai limite.

A questo punto, agli eredi del contribuente non resta altro che bussare all’ufficio delle Entrate di Messina con la copia dell’atto di autotutela (sempre dell’ufficio) del 25 marzo 2014 e chiedere di non dare alcun seguito alla sentenza della Ctr per l’anno 2006: compresa l’assurda richiesta delle spese di giudizio disposte dai giudici, visto che l’annullamento se l’è perso l’ufficio. La loro speranza è di trovare qualche funzionario disponibile ad ascoltarli e fermare una lite kafkiana alla quale vogliono mettere definitivamente la parola “fine”.

I due autori dell’articolo puntano il dito contro la carenza di personale delle Entrate. Ma a me pare invece che certi atteggiamenti non dipendano dalla quantità di personale.

Infatti, gli uffici “portano stancamente avanti il contenzioso, anche se perdente, sperando in una delle cosiddette “sentenze a sorpresa”. D’altra parte va ricordato che il contenzioso costa solo ai contribuenti, perché anche quando un ufficio è soccombente, il funzionario non rischia nulla. Le spese di giudizio le paga l’ufficio, vale a dire la collettività.”

In pratica, testa vince il fisco, croce perde il pagatore di tasse. Ritengo non necessario aggiungere altro.

(Matteo Corsini)

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