Torno a commentare un intervento di Fabio Ghiselli pubblicato sul Sole 24 Ore, sempre in tema di riforma fiscale, e in particolare dell’Irpef.

Ghiselli esordisce così:

Sono i principi che dovrebbero disegnare una riforma tributaria, non i numeri. Sono i principi, la visione del mondo, della società e del ruolo dello Stato che dovrebbero definire gli obiettivi da perseguire. I numeri possono avere la sola capacità di determinare in quanto tempo gli obiettivi potranno essere raggiunti. E questi principi sono la capacità contributiva, la solidarietà economica, politica e sociale e l’eguaglianza sostanziale, tutti sanciti dalla nostra Costituzione.”

A mio parere il principale problema di ogni riformatore “costituzionalmente corretto” consiste nel dare per scontato che ciò che è scritto nella Costituzione sia giusto per il solo fatto di essere, appunto, scritto nella Costituzione. Ciò equivale a considerare la Costituzione alla stregua di un testo sacro. Eppure non lo è.

Condivido il punto di vista che debbano essere i principi a disegnare una riforma tributaria. Proprio per questo ogni principio dovrebbe essere valido per tutti. Mentre il principio di non aggressione, che consiste nel considerare illegittimo l’uso della forza a fini aggressivi della persona e delle sue legittime proprietà, vale per tutti, la Costituzione è basata su principi (e sancisce diritti e doveri) che inevitabilmente comportano il sacrificio di Tizio per l’esercizio di un diritto da parte di Caio.

La tassazione è quindi, se si guarda alla sostanza, una violazione del principio di non aggressione. E qui il discorso potrebbe finire.

Ma andiamo avanti con i principi.

L’eguaglianza sostanziale finisce per giustificare le politiche degne del peggior collettivismo, e lo stesso può dirsi della solidarietà economica e della capacità contributiva.

Non credo sia corretto parlare di solidarietà quando questa è ottenuta con la forza, men che meno mi pare giustificabile l’idea di progressività con la quale in Costituzione si intende necessario impostare il sistema fiscale, dato che ciò comporta inevitabilmente un trattamento ineguale a soggetti diversi in virtù del loro reddito o patrimonio. Dando implicitamente per assunto che ciò sia da considerare una colpa per la quale essere puniti.

In questo non riesco a essere d’accordo con la lettura (che definirei “costituzionalmente corretta”) del concetto di equità da parte di Ghiselli, secondo il quale esso “si esprime in due direzioni: quella orizzontale, per cui i soggetti con una medesima capacità contributiva devono essere tassati in modo uniforme, e quella verticale, per cui a una capacità contributiva maggiore deve corrispondere una tassazione maggiore.”

Anche supponendo che dare due bastonate a tutti quelli che sono alti 180cm significhi fare equità orizzontale (a questo, più o meno, corrisponde il concetto), quando si passa a quella verticale le cose si fanno assurde. La progressività dell’imposta è giustificata sulla base del motto “chi ha di più deve pagare di più”. Il fatto è che questo risultato si raggiunge, per definizione, anche con un’imposta proporzionale, che per lo meno toserebbe tutti quanti nella stessa proporzione. Invece si finisce per trattare le persone diversamente in virtù della colpa di produrre redditi di diversa entità.

Non ho mai trovato nessuna argomentazione convincente a giustificazione di questo principio; alla fine si arriva sempre, dopo percorsi più o meno tortuosi, alla formula “lo prevede la costituzione”.

Ho sempre trovato patetici i tentativi di giustificare la tassazione progressiva come strumento per finanziare la spesa pubblica, dato che non c’è nessun elemento che dimostri un maggior consumo di servizi pubblici da parte di chi ha redditi e patrimoni più elevati.

Ancora più assurdi quelli volti a sostenere che l’utilità marginale del reddito, essendo decrescente, giustifica una tassazione più che proporzionale all’aumentare del reddito stesso. Il fatto è che l’utilità è soggettiva, non oggettiva.

Per questo, tra le varie proposte di Ghiselli, quella più indigesta mi sembra la seguente:

Ridurre l’onere per i redditi da bassi a medi e rimodulare al rialzo le aliquote per i redditi più elevati (inferiori a quelle presenti in molti Paesi europei), accostando una progressività lenta sul modello tedesco per i primi, alla definizione di scaglioni reddituali gradualmente più ampi, per i secondi.”

Non condivido il principio, ma anche i numeri, in questo caso, sono impietosi: quasi il 20% del gettito Irpef deriva da poco più dell’1% dei pagatori di quell’imposta.

Parlare di un aumento delle aliquote mi sembra semplicemente allucinante.

(Matteo Corsini)

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