Come è noto, in Italia c’è abbondanza di esperti, o supposti tali, che si dilettano ad avanzare proposte ora per abbassare il debito in rapporto al Pil, ora per rinvigorire la crescita economica con provvedimenti apparentemente semplici e senza controindicazioni.

Tra costoro vi sono indubbiamente Paolo Becchi e Giovanni Zibordi, i quali, da ultimo, propongono che lo Stato emetta BTP e, con le somme incassate, compri azioni da dare gratuitamente ai giovani italiani desiderosi di mettere su famiglia.

D’altronde, sostengono i nostri, in giro per il mondo gli Stati fanno cose del genere.

Proviamo a pensare qualcosa di non ortodosso. Nel mondo di oggi esistono Stati che, tramite la Banca centrale o il proprio fondo sovrano, comprano azioni… Perché non possiamo farlo anche noi? Un’idea: il governo italiano emette 20 miliardi di BTP, compra azioni italiane e le distribuisce alle coppie giovani con figli o che fanno figli. Le vincola per uno o due anni e queste però possono darle in garanzia in banca e farsi dare soldi. Aumenta il credito, i soldi girano e si fanno anche più figli.”

Il tutto ottenendo questi risultati:

Spingi su la borsa italiana, aumenti il denaro che circola, che in Italia è insufficiente, e anche le banche sarebbero contente.”

Parrebbe una soluzione in cui tutti quanti hanno da guadagnarci; se fosse una favola, finirebbe con la formula “e vissero tutti felici e contenti.” Peccato, però, che le favole servano a intrattenere o a fare addormentare esseri umani in età tipicamente prescolare e non necessariamente devono essere realistiche. Anzi, non lo sono quasi mai.

Dunque, dato che anni di politiche monetarie ultraespansive hanno schiacciato a livelli storicamente infimi anche i rendimenti richiesti dagli investitori per prestare soldi alla Repubblica italiana, Becchi e Zibordi sostengono che emettere titoli di debito oltre il già non infimo ammontare necessario al finanziamento del deficit annuale e del rinnovo delle scadenze sia un’operazione a costo molto basso.

Quindi si emettano BTP e, con il denaro raccolto, si comprimo azioni e le si regali alle giovani coppie. Sarebbe una sorta di “bonus bebè” in natura. Basta porre un vincolo di un paio di anni per evitare che costoro si precipitino a monetizzare, deprimendo potenzialmente i corsi di borsa.

Dato, però, che i pannolini e i liofilizzati si pagano in euro (con grande rammarico dei nostri autori, i Minibot ancora non sono in circolazione), i giovani genitori assegnatari delle azioni hanno comunque bisogno di ottenere euro per pagare le spese correnti.

Il problema si risolve utilizzando quelle azioni come garanzia da fornire alle banche per ottenere un prestito. Il tutto perché, come sostengono Becchi e Zibordi, in Italia il denaro in circolazione è insufficiente. Di qui la credenza, ahimè abbastanza diffusa, che aumentando il denaro in circolazione aumenti la ricchezza reale: un’illusione che dura dalla notte dei tempi.

Mi permetto di fare un paio di considerazioni che suppongo non raffredderanno l’entusiasmo di chi è affetto dall’illusione di cui sopra, ma che ritengo opportune.

In primo luogo, il debito andrà comunque pagato, prima o poi, con tasse. Non è mai un pasto gratis: semplicemente a pagarlo non è chi lo contrae, bensì altre persone, sempre più spesso appartenenti a generazioni future.

In secondo luogo, anche prescindendo dalla distorsione che creerebbe l’acquisto iniziale da parte dello Stato sui prezzi delle azioni oggetto, non è detto che le stesse poi non subiscano un ribasso negli anni successivi. Quindi il collaterale utilizzato per indebitarsi dagli assegnatari potrebbe divenire insufficiente a coprire il debito. Ciò renderebbe più precaria la solidità di questi debitori e potenzialmente aumenterebbe i crediti ammalorati delle banche, una merce di cui non vi è carenza già oggi.

Bastiat e Hazlitt, due signori dei quali i nostri suppongo ignorino l’esistenza, inviterebbero a tenere in considerazione, oltre a ciò che si vede, anche ciò che non si vede. In altri termini, a considerare non solo i potenziali benefici, ma anche gli aspetti negativi; a non fermarsi a considerare gli effetti di breve periodo, ma anche quelli non immediati.

Così facendo si potrebbe realizzare che non è dal nulla che si possono produrre le risorse necessarie a fare crescere i figli e l’economia.

(Matteo Corsini)

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