Quando una società cresce e diventa leader di mercato beneficiando di un regime di regole fiscali (e non solo) meno invasive rispetto a quelle in essere per altri settori, non ci si deve stupire se si dice favorevole a una regolamentazione fiscale (e non solo) più stringente.

E’ il caso, per esempio, di Facebook, il cui fondatore, Mark Zuckerberg, ha affermato:

Capisco che vi sia frustrazione su come le società tecnologiche vengono tassate in Europa. Anche noi vogliamo una riforma fiscale.

La posizione deve fare riflettere, perché Facebook non sarebbe molto probabilmente quella che è oggi se le regole che potrebbero sorgere dai negoziati in sede Ocse per i quali Zuckerberg dice di “essere felice” fossero esistite quando era ad Harvard e diede vita al social network.

Però, lo ripeto, il punto di vista di Zuckerberg, per quanto ipocrita, non deve stupire: più regole vengono poste adesso, più difficile sarà per i nuovi entranti intaccare la posizione di Facebook.

Ovviamente i mezzi di informazione accolgono per lo più con favore le aperture da parte di Facebook e simili a regole più stringenti, senza considerare chi sarà veramente penalizzato dalle regole stesse.

Anche di questo non c’è da stupirsi, dato che quegli stessi mezzi di informazione sposano il concetto di concorrenza ottenuta per via legislativa, in stile Unione europea, che con la concorrenza vera non ha quasi nulla a che fare.

(Matteo Corsini)

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