Come è (tristemente) noto, la storia di Alitalia è un susseguirsi di fallimenti. Nessuna compagnia si è finora dimostrata interessata ad acquisirla senza un alleggerimento dei costi, il che significa anche esuberi di personale.

Nelle ristrutturazioni precedenti le cose non sono andate poi così male ai dipendenti Alitalia, dato che sono stati riservati loro scivoli fino a sette anni. Condizioni delle quali i dipendenti di nessuna azienda privata in crisi hanno beneficiato.

Eppure la parola d’ordine dei sindacati resta “zero licenziamenti”. Per esempio, ecco cosa ha affermato qualche tempo fa Annamaria Furlan, segretario generale della Cisl:

Non sta né in cielo né in terra immaginare che ancora una volta il tema Alitalia ricada sulle spalle dei lavoratori. Anche lì esuberi zero e no allo spezzatino. Dividere Alitalia in due, tre nuova società, significa buttare la nostra compagnia.”

Suppongo che dicendo “anche lì” Furlan faccia riferimento all’altra grande crisi in atto, quella dell’ex Ilva.

Ora, detto che le ristrutturazioni precedenti sono state molto meno dolorose per i dipendenti Alitalia che per quelli di altre società in crisi, una cosa deve essere chiara: seguire alla lettera i desiderata dei sindacati consentirà forse di non “buttare” Alitalia per qualche altro anno, con la certezza, però, di buttare un ulteriore imprecisato numero di miliardi di euro dei pagatori di tasse.

Io preferirei non buttare questi ultimi.

(Matteo Corsini)

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