(15 settembre 2017)

Una (altra) critica a Maurizio Blondet, ma è sempre la stessa storia

Liberi liberi siamo noi
Però liberi da che cosa
Chissà cos'è, chissà cos'è

(Vasco Rossi, da Liberi liberi)

Ogni tanto Maurizio Blondet scrive qualcosa che mi indigna a tal punto che non resisto a scriverne una critica.

È sempre la stessa storia: puntuale osservazione dei fatti, ma interpretazione a rovescio, per sintonia ad un'ideologia di base preconcetta. E al solito, feroce e confusa critica a tutto ciò che è "liberale" e al capitalismo.

Circa un anno fa scrissi una critica all'"Elogio della civiltà del bisogno", oltre ad altre considerazioni qui e qui. Ora si tratta di Come sfuggire dal governo zootecnico mondiale? ; già che ci siamo, val la pena citare un altro sconcertante pezzo pubblicato circa allo stesso tempo, Il fascino indistinto della libertà, a firma Roberto Pecchioli.

La tesi è, sostanzialmente, che troppa libertà porta alla schiavitù. Noi sostenitori della libertà, non possiamo che rimanere a bocca aperta di fronte al livore che l'idea di libertà riesce a suscitare, inconsapevolmente, in molti individui. Li spinge senza esitazioni a confondere linguaggio e significati, a non vedere l'assurdo anche quando è di fronte ai propri occhi, pur di dare contro alla libertà. Che dire, per noi è la mancanza di libertà che porta alla schiavitù. Immagino che ci bollerebbero come sempliciotti ingenui, se va bene, incapaci di cogliere le profonde sottigliezze che portano all'apparente paradosso.

Blondet parte ricordando il concerto di Vasco Rossi ad inizio luglio, sottolineando come più di 200.000 persone abbiano sopportato spese e disagi pur di partecipare. Se fossero disposti a fare lo stesso per andare in massa a Roma a far valere il proprio peso politico, Blondet riflette, potrebbero far paura al governo. A Roma potrebbero andare per protestare contro "la sottrazione di diritti", ad esempio contro le vaccinazioni obbligatorie, contro l'immigrazione senza limiti pagata con soldi pubblici  - e fin qui niente da dire - e per protestare

per un insieme di scelte politico economiche “assurde” ostinatamente imposte  dalle oligarchie  nonostante i “risultati rovinosi”, per urlare che nel mondo reale, il liberismo di mercato non ha gli effetti promessi dal modello ideale, ossia che il mercato non è “libero” ma gestito da cartelli; non tende ad evitare o assorbire le crisi, ma le genera e amplifica; non tende a massimizzare la produzione di ricchezza reale ma quella di ricchezza finanziaria, non tende a distribuire le risorse ma a concentrarle in mano a pochi monopolisti”, insomma che il  sistema “dissolve la società invece di renderla più efficiente”, anzi “dissolve l’idea stessa dell’uomo”.

(Capito? Il liberismo di mercato non ha gli effetti promessi nel mondo reale. Ma anche da quello che si dice in seguito nello stesso articolo dovrebbe essere molto chiaro che tanto liberismo non era!)

Blondet sta citando un saggio recente di tale Marco Della Luna, ricordando che costui è stato il primo, in un saggio del 2010, ad avvertirci che

il capitalismo terminale globale, il  quale fa soldi non più producendo merci ma producendo bolle finanziarie  per poi farle scoppiare, non ha più bisogno di lavoratori, produttori, operai, eserciti di massa  – né quindi di mantenere sani, efficienti, istruiti , men che meno prosperi e soddisfatti i popoli, di cui non ha più bisogno (nemmeno come consumatori).

Continua Blondet:

In questo nuovo saggio, Della Luna ci avverte che il sistema è entrato in una fase ulteriore  e più letalmente anti-umana.
Ormai  persino il profitto finanziario  ha perso importanza sia come scopo che come  mezzo per l’elite finanziaria”;  e se  ciò sembra paradossale, essendo il profitto puro e a breve lo scopo radicale del capitalismo, basta ricordare le migliaia di miliardi che le banche centrali (appartenenti alla finanza privata) creano  dal nulla per  mantenere a galla il sistema, mettendoli a disposizione di chi comanda in misura illimitata; basti pensare alle banche che creano denaro dal nulla con  il che “genera un flusso di cassa positivo, ossia un reddito, che la banca incassa, ma su cui non paga le tasse”, perché “gli Stati” sono “privatizzati “ e  sono orientati nelle loro politiche dai “mercati anziché dai o ai popoli”.
Per lorsignori, il profitto “ha perso importanza come movente” perché lo ha già,  garantito, esentasse; banche centrali e stati già gli forniscono tutti i fiumi di denaro necessari e superflui,  indebitando e tassando i contribuenti. Sicché l’autore giunge a preconizzare perfino “il tramonto della finanza”,  beninteso come “sistema di dominio della società”. Un tramonto che non coinciderà con la nostra liberazione, anzi al contrario: lo stanno  già sostituendo con il nuovo: “il dominio diretto e materiale sulla società”, attraverso la  “gestione coercitiva del demos, potente e unilaterale e insieme non responsabile delle scelte verso i suoi amministrati , non diversamente dalla zootecnia  non è responsabile verso gli animali di allevamento”. 

Il resto dell'articolo descrive i tanti modi in cui la società sta sempre più trattando i cittadini come animali da allevamento,  la "riduzione del cittadino a pollame", chiudendo con un invito al pubblico di Vasco Rossi:

Per questo mi rivolgo a voi, giovani e quarantenni, avete dormito all’addiaccio e mangiato al sacco, avete corso dei rischi, avete sborsato quattrini, benché molti di voi siano sicuramente precari. [...]  Per Vasco l’avete fatta, la marcia su Modena. Ne rifarete mi un’altra per rifiutare il governo zootecnico?

E così, al solito, la colpa è del capitalismo, che nel mondo reale non funziona come promesso. Noi liberali definiamo quello che Blondet chiama "capitalismo terminale" come "crony capitalism", che è una cosa molto diversa dal reale capitalismo.

Ma cos'è il capitalismo? E' un sistema di organizzazione sociale che difende la proprietà privata e la libertà economica. Una società capitalista è una società in cui non si può portare via la proprietà altrui e chiunque può decidere come usare la sua proprietà e scambiarla con altri, se così facendo non aggredisce la proprietà altrui. 

Come può il capitalismo avere come "scopo radicale" il "profitto puro e a breve"? Una filosofia sociale non ha "scopi", tantomeno cerca profitti! La caratteristica che contraddistingue il capitalismo è la difesa della proprietà privata.

Sono gli esseri umani che hanno scopi e che tipicamente perseguono profitti. E lo fanno qualunque sia il sistema sociale in cui vivono. Se c'è un sistema capitalista, si possono ottenere profitti solo soddisfacendo i desideri di altri che volontariamente pagano. Se c'è un sistema non capitalista, ciò significa che i profitti si possono ottenere con la forza delle armi.

Ma forse Blondet vuole dire che in un sistema capitalista gli uomini sono maggiormente portati a perseguire profitti "puri e a breve". Non è vero neanche questo. La ricerca di profitti a breve tipicamente è il risultato di un sistema obbligatoriamente a denaro fiat, cioè una politica monetaria assolutamente anti-capitalista (contraria alla proprietà privata) e sostenuta proprio da Blondet. Ne parla Guido Hülsmann in Come il denaro fiat distrugge la cultura.

E così, scrive Blondet, non c'è più bisogno dei popoli "neanche come consumatori". Eh?! Qualcuno ha mai avuto bisogno di qualcun altro come "consumatore"? Quello di cui si ha bisogno è che gli altri producano, non che consumino, in qualunque sistema sociale o anche in qualsiasi aggregazione di uomini. Però, per far sì che gli altri producano per noi, occorre dar loro qualcosa in cambio che essi apprezzano. Se con la forza delle armi si può ottenere che producano avendo in cambio il minimo possibile, ovviamente è incentivato questo comportamento, come giustamente Blondet rileva stia succedendo. Solo ai keynesiani, il cui mantra è che "occorre stimolare i consumi per far crescere l'economia", può venire in mente che si possa aver bisogno di qualcuno "come consumatore".

Poi c'è la perla sulle banche centrali, il cui problema sarebbe che "non pagano tasse". Le banche centrali, tramite la forza armata dello stato, si appropriano del lavoro e della proprietà degli altri, e il problema sarebbe che non pagano tasse! Quanto si può essere confusi, quando proprio non si vuol vedere? Perché, che le banche centrali debbano avere il potere che hanno, è proprio quello che sostiene Blondet!

Mi sembra di intuire, dietro a tutti questi equivoci, quale sarebbe l'idea irrinunciabile su come dovrebbe essere la migliore organizzazione sociale: lo stato deve avere prevalenza sugli individui, altrimenti succederebbero disastri; dobbiamo mettere persone oneste e capaci al comando, persone che hanno sinceramente a cuore il benessere della nazione; chi è al comando deve avere il potere di decidere e implementare le migliori politiche sociali, e di stabilire la giusta quantità di denaro da creare; la popolazione deve solo mantenersi vigile e far sentire il proprio peso politico in caso di abusi.

Semplice, no? Cos'è che potrebbe mai andar male?

Hayek spiegò già negli anni '40 che è proprio così che per passi successivi si diventa 'polli d'allevamento', nel suo celebre libro The Road to Serfdom. Non abbiamo bisogno di aggiornarlo: è ancora perfettamente attuale. Cito da mises.org:

Quello che F.A. Hayek vide, e che gran parte dei suoi contemporanei non riuscirono a cogliere, è che ogni passo che allontana dal libero mercato verso la pianificazione centrale rappresenta un compromesso di libertà umana in senso generale e un passo verso una forma di dittatura -- e questo è vero in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Lo dimostrò contro qualunque affermazione per la quale il controllo da parte dello stato è in realtà solo un mezzo per incrementare il benessere sociale. Hayek disse che la pianificazione statale avrebbe reso la società meno vivibile, più brutale, più dispotica. Il socialismo in tutte le sue forme è contrario alla libertà.

Il nazismo, scrisse, non è differente in sostanza dal comunismo. Inoltre, egli mostrò che le stesse forme di governo che Inghilterra e America stavano presumibilmente combattendo all'estero erano messe in atto in patria, seppure sotto una veste diversa. Ulteriori passi su questa strada, egli avvisò, possono finire solo con l'abolizione della libertà reale per tutti.

Il capitalismo, scrisse, è il solo sistema di economia compatibile con dignità umana, prosperità e libertà. Più ci allontaniamo da quel sistema, più finiamo per mettere al potere la gente peggiore che c'è nella società, a gestire quello che non capiscono.

[...] I socialisti che immaginano di essere contro la dittatura non possono sopportare i suoi argomenti, e non smettono mai di cercare di confutarli.

Cos'è la libertà, si chiede Pecchioli nel suo articolo. Si tratta di elucubrazioni sul fatto che la libertà "può dare dipendenza" (cioè porta a non essere liberi), nelle quali si accosta la parola libertà ad un numero inusitato di cose negative che non c'entrano nulla. L'autore sottolinea che nessuno "è mai stato in grado di definire cosa sia la libertà". Ho immediatamente pensato a Ron Paul, che ha scritto anche un libro dal titolo Liberty Defined. Quando si parla di qualcosa, potrebbe essere una buona idea non trascurare gli esperti in materia; e se si parla di libertà, Ron Paul, che ha dedicato tutta la vita all'idea di libertà, è senza dubbio uno dei massimi esperti. Così, giusto per sapere cosa sostiene chi è così risolutamente a favore della libertà.

Ma si può dire anche in poche parole. La libertà è poter disporre della propria proprietà (inclusa la propria persona) , se così facendo non si aggredisce la proprietà di altri, senza che qualcun altro lo impedisca con l'uso o la minaccia della forza. Si tratta di qualcosa che è sempre stato chiaro a chiunque sia stato non libero. Non c'è libertà se qualcuno impedisce con la violenza o minaccia di violenza di fare quello che volontariamente si farebbe con quello che si possiede. La propria libertà è qualcosa che può essere limitata solo da altri, in modo coercitivo.

Se voglio fare una passeggiata fuori ma piove, non è che non sono libero di fare una passeggiata: è che piove. Ma se voglio fare una passeggiata fuori e qualcuno mi impedisce coercitivamente di uscire, allora non sono libero. Se voglio comprare una macchina ma non ho i soldi sufficienti, non è che non sono libero di comprare una macchina:  è che non ho i soldi. Se voglio comprare una macchina, c'è qualcuno che me la venderebbe ad un prezzo che soddisfa entrambi, ma c'è qualcun altro che ci impedisce con la forza questo scambio, pretendendo una parte dei soldi come condizione per non usare violenza, ecco che non sono pienamente libero di comprare una macchina. E così via. È una logica piuttosto semplice che, applicata coerentemente, risolve tutti i paradossi indicati da Pecchioli.

Però è davvero incredibile fino a che punto arriva a infamare la libertà, chi vuole sostenere il diritto dello stato di aggredire la proprietà degli individui. Pecchioli arriva ad accostare la libertà alla mancanza di responsabilità personale, quando è vero esattamente l'opposto; accosta la libertà ai comportamenti irresponsabili, come dire che, non fosse per la violenza dello stato, la gente certamente non farebbe altro che bagordeggiare. Se c'è libertà, vuol dire che nessuno è coercitivamente obbligato a salvare qualcun altro dalle conseguenze del suo comportamento irresponsabile, disincentivando quindi questi comportamenti. (È un tema trattato ad esempio in Come lo stato sociale ci rende meno civilizzati e nel manifesto libertario di Ron Paul)

E il pubblico di Vasco Rossi? Hanno speso soldi e sopportato disagi perché... a loro piace partecipare ad un concerto di Vasco Rossi. Ai concerti ballano e cantano insieme, evidentemente li fa sentire bene, la musica è accattivante e ben prodotta. Sono generazioni vissute in una tale confusione di idee che non battono ciglio di fronte alla parabola fin troppo scontata, in trentacinque anni, da "voglio una vita spericolata" a "sdraiati sul divano a parlar del più e del meno". Vasco Rossi per decenni ha descritto un mondo in cui, alla fine, non succede nulla di importante. Ma non era esattamente così. Nel frattempo succedeva che quelle generazioni venivano derubate del loro capitale morale e materiale. A forza di equivocare la libertà, si finisce per non essere per niente liberi liberi. Non succede per troppo capitalismo.

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Update (19/9/17)

Ho pensato di inserire qui una frase sulla libertà di Giovanni Guareschi, che avevo incluso in Il tema

Libertà significa coscienza della propria personalità e dei propri doveri: ciò non può piacere al vile che ha il terrore d'assumersi delle responsabilità e di agire in modo consono alla propria responsabilità. Libertà significa lotta, fede, sacrifici, fatica, studio, lavoro illuminato dall'intelligenza e da un fine: ciò non può piacere all'inetto. Libertà significa rispetto di sé, degli altri e delle leggi basilari che regolano il vivere secondo Dio e secondo la civiltà. Ciò non può piacere al vile che desidera soltanto sottrarsi al dominio della sua coscienza personale per adeguarsi alla coscienza collettiva. Amerai il prossimo tuo come te stesso: se questa è la legge, è dovere di ognuno amare se stesso. Non si deve disprezzare il dono meraviglioso che Dio ci ha dato: Egli ci ha dato una personalità e una coscienza alle quali non dovremo rinunciare. Sul letto di morte, ci troveremo soli a rispondere a Dio delle nostre azioni. -  (da Chi sogna nuovi gerani?)

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