(21 luglio 2019)

Tanti libertari sono favorevoli a suicidio assistito e anche all'eutanasia.  Al grido di "la propria vita è di proprietà dell'individuo", affermano che la libertà di suicidarsi sia un principio liberale, e la depenalizzazione del suicidio assistito una "battaglia di libertà".

Tutte le volte che lo sento dire mi viene voglia di ribattere "ma ci avete pensato bene?!". Però è un tema complesso che non si può trattare in poche righe. Da tanto tempo medito di scriverne, forse questa è la volta buona. Proverò dunque ad argomentare contro il suicidio assistito (a maggior ragione contro l'eutanasia) da un punto di vista di logica libertaria. Ovviamente, dal punto di vista cattolico il tema non necessita di alcuna elaborazione.

Farò riferimento a vicende come quella del "dj Fabo" che tutti più o meno conoscono, vicenda di cui fa parte un certo signor Cappato, considerato quasi "eroe" da certi libertari. All'epoca, avevo discusso accesamente con l'amico Matteo Corsini (qui). L'obiettivo è mettere in luce come si finisce vittime della propaganda.

Una nota: parlerò di "libertarismo", che comunque in italiano è a tutti gli effetti sinonimo di "liberalismo", per sottolineare che non si parla di temi economici. Però "liberalismo" andrebbe ugualmente bene.

Libertarismo e tesi di questo articolo in sintesi
Il libertarismo è una filosofia politica, non una completa filosofia morale: tratta esclusivamente dell'uso della forza nella società. Afferma che l'uso della forza sia giustificato solo in risposta all'aggressione verso la proprietà (inclusa la vita); in altre parole, al cuore del libertarismo c'è il principio di non aggressione.
Il principio di non aggressione vale verso ogni essere umano vivo, indipendentemente da razza e ceto sociale, e indipendentemente dalle condizioni di salute fisica e mentale.

In quanto segue, si elaborerà la posizione libertaria sui temi relativi ad assistenza a persone non autosufficienti, suicidio, eutanasia, procedendo per logica a partire dal principio di non aggressione. In sintesi, la tesi sviluppata è la seguente (ricordando che definire qualcosa come "lecito" non equivale a considerarlo "buono", "morale" o "consigliabile"):

- nessuno è obbligato all'assistenza o al soccorso ad altri
- non è lecito impedire con atti aggressivi che qualcuno volontariamente si tolga la vita
- non è lecito impedire a qualcuno di prendersi cura di una persona non autosufficiente se non ci sono altri disposti a farlo
- l'istigazione al suicidio non è lecita
- qualsiasi ruolo attivo nel porre fine alla vita di una persona, inclusa l'assistenza al suicidio, non è lecito

Libertarismo e suicidio
Qual è dunque la posizione libertaria rispetto al suicidio? È, come si sente affermare da alcuni libertari, quella per cui "ognuno ha il diritto di suicidarsi"?
Il suicidio non è aggressione verso altri, quindi il libertarismo nulla ha da dire sul suicidio. La libertà o meno di suicidarsi è un tema che riguarda la propria teoria morale, non una teoria politica che tratta esclusivamente di rapporti tra individui in una società. Il libertarismo in sostanza tratta di quello che non si può fare agli altri, quindi non esprime alcuna posizione sul suicidio.
Semmai, un problema libertario è se sia ammesso aggredire qualcuno per impedirgli di suicidarsi. Ad esempio, se qualcuno tenta il suicidio e qualcuno per impedirglielo gli causa danni fisici, ha diritto l'aspirante suicida al risarcimento danni? In linea teorica, per quanto appaia paradossale la risposta libertaria è sì.
Approfondiamo per un momento questo tema.

Non aggressione e circostanze
Il principio di non aggressione è valido in generale in ogni circostanza. È il principio che dovrebbe guidare la formulazione delle leggi.
È naturale che il giudizio su ogni azione consideri la declinazione del principio generale nelle specifiche circostanze. Ad esempio, prendere la bicicletta di qualcun altro è un atto di aggressione e un reato. Però questo non significa che, in caso di una emergenza, il libertarismo vieti in modo assoluto di impossessarsi di una bicicletta altrui o di spaccare una finestra altrui. Se c'è un'emergenza, possiamo agire nella convinzione che le circostanze consentano una deroga: il proprietario sarà comprensivo, il giudice sarà clemente. Rubare biciclette è sempre un reato, ma le circostanze possono determinare il giudizio sull'atto specifico, al punto che in alcuni casi non infrangere il principio di non aggressione potrebbe apparire moralmente riprovevole.

In questo senso, libertarismo non significa certo che sia riprovevole cercare di salvare qualcuno che sta cercando di togliersi la vita. Se questo comporta un atto di aggressione, sarà il giudice a valutare le circostanze, nel caso l'aspirante suicida salvato abbia rimostranze.
Il libertarismo quindi non nega, nel modo più assoluto, che sia moralmente lodevole soccorrere qualcun altro. C'è però un punto importante da evidenziare a proposito dell'"omissione di soccorso".

Libertarismo e omissione di soccorso
Una conseguenza della logica libertaria è che l'omissione di soccorso non è aggressione e in nessun modo dovrebbe essere sanzionata con la forza.  È un punto fondamentale, che distingue i libertari dai molti dei non-libertari.  Nella nostra società sempre più lontana da principi liberali, ormai si può essere incriminati per omissione di soccorso ad animali! L'assistenza a carico dei contribuenti è considerata sempre più un diritto.

Ovviamente, se il bisogno di soccorso è stato causato da chi omette il soccorso, l'omissione di soccorso è un'aggravante, e molto seria. Stiamo parlando dell'omissione di soccorso per circostanze che non abbiamo causato.

Il libertarismo, nel modo più assoluto, non scoraggia il soccorso verso qualcuno in difficoltà. Nega che sia legittimo qualsiasi atto di aggressione verso chi non soccorre. Come è vero in tanti casi in cui l'aiuto agli altri è obbligato, se l'omissione di soccorso è un reato questo potrebbe spingere ad evitare di esaminare la situazione, quindi scappare da una situazione in cui qualcuno è in pericolo, per la paura di incorrere in problemi legali.  Ogni azione comporta un rischio, e la logica libertaria afferma che ognuno deve poter valutare se ritiene opportuno affrontare i rischi oppure no.

Secondo la logica libertaria, quindi, nessuno è obbligato a soccorrere qualcun alto. Questo vale allo stesso modo per l'assistenza a persone non autosufficienti.

Libertarismo e assistenza a persone non autosufficienti
Allo stesso modo, secondo la logica libertaria nessuno può essere obbligato ad assistere persone non autosufficienti, ovvero l'omessa assistenza in nessun modo è sanzionabile con l'aggressione. Tuttavia occorre qualche precisazione, e d'altra parte si tratta di uno dei temi teorici più scottanti per i libertari.

Nessuno è obbligato all'assistenza verso qualcun altro, fatto salvo che non si può abbandonare all'improvviso una persona non autosufficiente. Cioè, chiunque è libero di abbandonare una persona non autosufficiente che dipende da lui, però dopo aver dichiarato pubblicamente l'intenzione di farlo. Se c'è qualcuno che si dimostra disponibile a prendersi carico della persona non autosufficiente, avviene questo trasferimento di responsabilità. Se si dimostra che nessuno è disponibile a prendersi cura della persona non autosufficiente, allora è lecito abbandonarla. Anzi, in questo caso teorico il libertarismo considera addirittura lecito l'omicidio (il "colpo di grazia"), al fine di risparmiare una inevitabile morte molto peggiore.

Vorrei sottolineare che queste sono disquisizioni teoriche, spesso usate per criticare il libertarismo senza aver capito di cosa si parla né perché i teorici libertari si addentrino in queste acque perigliose. Se dico che "è giustificato l'omicidio" o "è giustificato l'abbandono", intendo che "solo in tali circostanze è giustificato", ovvero se si è dimostrato che non c'è nessuno disponibile a prendersi cura di quelle persone non autosufficienti. È il "se" l'oggetto dell'affermazione.
(Nel caso di figli piccoli non autosufficienti, ci sono discussioni teoriche tra libertari sull'obbligo per i genitori di assisterli  in caso di assenza di qualcuno disponibile a farlo, in generale concludendo che tale obbligo sussiste; si tratta dell'unico caso di obbligo di assistenza contemplato dal libertarismo.)

Questo è un punto molto importante della logica libertaria in relazione al tema del suicidio assistito. È il mancato obbligo all'assistenza il tema libertario. Nel seguito, cercherò di dimostrare che, nonostante possa apparire controintuitivo per molti libertari, se da una parte è lecito l'abbandono o finanche l'omicidio se non c'è nessuno disponibile a prendersi cura di qualcuno non autosufficiente (sottolineo ancora che la sostanza di questa frase è il "se"), non è mai lecita l'eutanasia o il suicidio assistito anche verso qualcuno che espressamente lo chiede.
In tutti i casi notevoli che hanno riempito i media, da Fabo ai vari "staccare la spina" verso persone malate e non in grado di esprimersi, in Italia ma anche in America o altrove, il pubblico è sempre stato informato espressamente che c'era qualcuno disponibile a prendersi cura della persona in questione. Non è una coincidenza.
Per arrivare al suicidio assistito, dobbiamo prima ribadire qualche concetto sull'aggressione.

Aggressione senza violenza fisica; istigazione al sucidio
A volte c'è qualche confusione su cosa costituisce aggressione. Inoltre si tende a dimenticare che anche la minaccia costituisce motivo legittimo per l'uso della forza a difesa.
L'aggressione non comporta necessariamente un'azione fisica o violenta. Tutti concorderanno che se si dà a qualcuno una bustina dicendo che è zucchero mentre è veleno, si tratta di omicidio o tentato omicidio anche se non c'è stata alcuna azione coercitiva. L'inganno è una modalità di aggressione. In generale, ogni azione (incluse le parole) che porta volontariamente o colposamente alla morte di qualcun altro è omicidio. Può essere più difficile da dimostrare in tribunale rispetto al caso di qualcuno che spara ad un altro di fronte a tanti testimoni, ma azioni o parole fatte con l'intenzione di cagionare la morte di una persona costituiscono omicidio. Chi assolda un killer è colpevole anche se ha solo parlato e consegnato dei soldi. Il mandante politico di un assassinio è colpevole anche se ha solo parlato. Il capo di stato che lancia una guerra di aggressione è colpevole anche se personalmente non uccide nessuno.

Le parole dunque possono costituire aggressione. In particolare, ci sono tre tipi di parole che consiglierei di non pronunciare mai neanche per scherzo, e sono: "ti ammazzo", "ammazzalo" e "ammazzati". È ovvio che la loro aggressività dipende dal contesto. Nel caso i fatti arrivino in tribunale, il giudice deciderà se c'è stata volontà (o colposità) o meno, ma sono parole che hanno la potenzialità di portare a decine d'anni di galera, e giustamente così.
"Ti ammazzo" può costituire in alcuni casi una minaccia seria che dà diritto a difendersi con la forza, o comunque può prefigurare il reato di minaccia.
"Ammazzalo" immagino sia chiaro a tutti che può costituire mandato ad omicidio. Se l'omicidio avviene, e se viene riconosciuta l'effettiva volontà di uccidere (o la colpevole noncuranza dell'effetto delle proprie parole), comporta la colpevolezza al pari e anche più dell'esecuzione materiale.
E "ammazzati"? Non è molto diverso da "ammazzalo". L'istigazione al suicidio, se provata, magari verso una persona che attraversa una crisi temporanea, è un reato punito con decine d'anni di galera. Qualcuno attraversa una crisi e medita il suicidio, un altro di cui il primo ha fiducia gli dice che farebbe bene ad uccidersi,  e il primo si uccide davvero: se viene provato che le parole hanno portato all'atto, la condanna è molto seria. Ci sono stati casi recenti clamorosi in cui l'istigazione è avvenuta via Facebook e i messaggi erano chiari, con condanne a vent'anni. "Ammazzati" non si deve mai dire; è aggressione.

[ A scanso di equivoci, ribadisco un ovvio principio di diritto: naturalmente non si è colpevoli di alcunché nel caso, ad esempio,  si dica a qualcuno "sei un cretino" e quello si uccida per questo motivo. Ma "ammazzati", se c'è la minima possibilità che sia preso seriamente, è aggressione. Non si è colpevoli di omicidio (e analogamente di istigazione al suicidio) se qualcuno muore a causa di qualcosa che abbiamo fatto, se non c'è volontà o colpevole negligenza. ]

Proprietà di se stessi e diritto ad essere uccisi
Arriviamo al punto cruciale. La "proprietà di se stessi", il diritto a disporre della propria vita e proprietà (se non si aggrediscono altri)  deriva  immediatamente dal principio di non aggressione.  Se qualcuno vuole imbarcarsi in un'impresa molto rischiosa (o ad esempio un intervento chirurgico rischioso) per qualsiasi motivo, non è lecito impedirglielo, e chi lo aiuta in tale impresa è nel pieno diritto, se ha il benestare dell'interessato. Se qualcuno vuole distruggere ad esempio la sua casa nuova o un quadro di valore, chi viene incaricato dal proprietario di farlo è nel pieno diritto.

Ma se qualcuno, nel pieno della sua salute e della sua volontà, chiede, firma, certifica, l'incarico di ucciderlo, allora l'incaricato ha diritto di farlo? Qui i libertari sostenitori del suicidio assistito hanno un sussulto. Non è questo che avevano in mente. Sulla base del fatto che loro non hanno alcuna tendenza al suicidio, non è un caso che hanno contemplato.
Invece, c'è tanta gente che vorrebbe morire, per i più svariati motivi. L'unica persona che conoscevo personalmente e che abbia coerentemente ripetuto per anni di volersi uccidere, e alla fine l'abbia fatto, non aveva alcun problema di salute, alcun problema economico, aveva una bella famiglia, ed era benvoluta da tutti. Io sospetto la prescrizione di psicofarmaci, ma non è  il punto qui. Il fatto è che c'è tanta gente così.

Allora? Si ha diritto a chiedere di essere uccisi da qualcun altro? Chi viene incaricato ha diritto di farlo? Ribadisco ancora: non stiamo parlando del caso di qualcosa anche di molto rischioso, intrapreso per qualsivoglia motivo, che può avere come esito la morte della persona. Qui si tratta di azioni con l'obiettivo dichiarato di mettere fine alla vita. Allora, si può?
La risposta è no. Il rispetto della proprietà, la possibilità per ognuno di usarla come crede, anche mettendo a repentaglio la propria vita, vale per ogni essere umano vivo. Non è il libertarismo, cioè rispetto per tutti i vivi, a legittimare la possibilità di farsi uccidere.
Se avete i requisiti per una cosa qualsiasi, ad esempio l'ammissione all'università, vuole dire che gli altri sono tenuti a rispettarli. Non possono toglierli, anche se l'interessato lo vuole, o comunque non è il possesso dei requisiti a conferire il diritto di annullarli. Si può averlo per altre ragioni, ma non per il possesso dei requisiti.

Non si può, in nome di un diritto che vale perché si è vivi, chiedere di annullare la propria vita.

Ma chi sostiene la legittimità del suicidio assistito non pensa certo a questa situazione. Ha in mente casi di gente con gravi problemi di salute, con estreme condizioni di non autosufficienza. Immedesimandosi, e pensando che in tali condizioni non si avrebbe voglia di vivere, il libertario a sostegno del suicidio assistito giunge a ritenere che sia lecito. Ma se il diritto non vale per una persona perfettamente in salute, nel pieno delle sue volontà, dovrebbe forse valere allora per qualcuno la cui volontà può essere indebolita dalla situazione?! Al contrario, a maggior ragione in condizioni gravi di salute non esiste legittimità ad uccidere.  Come non si può istigare al suicidio soprattutto qualcuno in situazione di debolezza, che attraversa una crisi ad esempio economica o sentimentale, a maggior ragione non si può farlo verso qualcuno che è molto malato.

Il suicidio assistito non può essere eseguito senza istigazione al suicidio, verso una persona indebolita nella volontà dalle proprie circostanze.

E allora uno come Fabo è "condannato a vivere"?
La risposta breve è sì, assolutamente. Non esiste diritto ad essere uccisi, con nessuna modalità.
Qualcuno nelle condizioni di Fabo, se in grado di esprimere volontà, può chiedere di non essere curato o alimentato. Se nessuno vuole prendersi cura di lui, può avere il "colpo di grazia".  Se poi qualcuno dei familiari pone fine alla sua vita in queste condizioni, non si vuole certo infierire: tutta la clemenza e le attenuanti sono possibili. Però non è mai lecito uccidere qualcuno e di omicidio si tratta. Il principio deve rimanere intatto.

Perché è così importante?
La propaganda mostra casi come Fabo, o comunque molto pietosi, per far passare un principio aberrante. Non a caso, quando poi sono approvate leggi su eutanasia o suicidio assistito, dopo un po' leggiamo notizie su malati mentali, giovani depressi, persone vittime di abusi, ogni sorta di situazione che non è quella che i libertari sostenitori del "fine vita" avevano immaginato. Ed è un giudice, cioè lo stato, a definire chi può morire e chi no, e anche chi "deve" morire (in paesi come il Belgio i medici sono arrivati all'eutanasia di pazienti che non l'hanno chiesto). Non esattamente un risultato libertario!

Pensare che ci sia qualcosa di liberale in idee che mirano a cancellare l'individuo, a svalutare la sua vita, assegnando allo stato il diritto di decidere se può vivere e morire, è dunque palesemente errato e produce una miriade di prevedibili risultati collaterali. Tra questi, anche la svalutazione della vita di chi è in condizioni di malattia o incapacità estreme ma vuole vivere, e di chi dedica tempo e risorse ad assisterlo.

Il liberale non cattolico cade più facilmente vittima di questi raggiri. Per un cattolico, era evidente sin dall'inizio dove si andava a parare. Il cattolico se lo aspetta. Sa che le forze contro all'uomo sono costantemente all'opera a tessere inganni, nascondendosi dietro le "buone intenzioni".

(Maria Missiroli)

Update (28/7/19)

Aggiungo qualche riflessione a seguito di uno scambio con Matteo Corsini, in cui è emerso che in sostanza lui è d'accordo a che sia lecito uccidere qualcuno su sua richiesta.
Si noti che anche dove esiste la possibilità di eutanasia su richiesta, questa per legge è riservata a individui che presentano requisiti specifici (certficati dallo stato). La legge sull'autanasia è proposta in questo modo perché il pubblico inorridirebbe di fronte alla possibilità di eutanasia su richiesta per persone in qualsiasi situazione.
Sicuramente, dal punto di vista liberale, se il principio vale per persone in cattivo stato di salute allora deve valere per tutti. E infatti Matteo Corsini sostiene che debba valere per tutti.

Allora ribadisco la posizione che ho voluto espriemere:

- il liberalismo tratta delle azioni contro la proprietà di altri, dove per "altri" si intende qualsiasi essere umano vivo;

- la domanda in senso liberale relativa all'eutanasia su richiesta è esclusivamente se sia lecito per qualcuno uccidere un altro su richiesta di quest'ultimo;

- la mia posizione è che, dal momento che un tale atto sarebbe mirato a terminare il requisito per cui si applica a chiunque il principio liberale di non aggressione, non è sulla base del liberalismo che si può sostenere che l'eutanasia volontaria sia lecita;

- il liberalismo è una teoria politica; non tratta di "disponibilità o indisponibilità" della propria vita;  la legalità dell'eutanasia può solo essere sostenuta sulla base di una teoria morale;

- il principio di non aggressione è appunto un principio, che dovrebbe guidare la legge: in se stesso non determina la liceità o meno di ogni atto specifico in specifiche circostanze; abbiamo visto come l'istigazione al suicidio sia aggressione in specifiche circostanze, se porta volontariamente alla morte della persona, anche se è la persona stessa a  commettere l'atto; l'eutanasia è un'azione mirata dichiaratamente a porre termine alla vita di una persona.

Anche se si commette verso qualcuno un'azione rischiosa, o che porta necessaramente ad un danno di qualche tipo, è consigliabile avere liberatorie e prove precise della volontà della persona oggetto dell'azione. Il rischio e il danno sono comunque sempre soggettivi. Ma quando l'obiettivo è dichiaratamente mettere fine alla propria vita, non c'è arbitrarietà che tenga. Può essere attribuita la piena volontà della persona, dal momento che la vita è condizione necessaria all'avere volontà? Per me no, c'è una contraddizione logica, quindi non è sulla base del liberalismo che l'uccisione su richiesta può essere lecita.

Matteo mi ha detto che "per te chiunque voglia uccidersi non può essere in possesso delle sue facoltà mentali". Per me questa replica non ha sostanza, in quanto che un suicida sia o non sia capace di intendere o volere non è argomento del liberalismo; può essere argomento di psicologia, ma non di teoria politica. L'argomento del liberalismo è se tale capacità di intendere e volere può essere dimostrata e portata, da chi commette l'atto di eutanasia o assistenza al suicidio, a legittimazione della sua azione.

-----------------------

Scrivi un commento

Codice di sicurezza Aggiorna