Rothbard e Mises su un tema spinoso

Murray N. Rothbard (tratto dalla prefazione del 1978 a The Clash of Group Interests and Other Essays di Ludwig von Mises, su mises.org, 14 febbraio 2018 )

Nel ventesimo secolo, i difensori dell'economia di libero mercato quasi invariabilmente addossano la colpa per l'intervento statale esclusivamente ad idee sbagliate - cioè, a idee non corrette su quali politiche economiche faranno incrementare il benessere del pubblico.  Per gran parte di tali scrittori, ogni concetto di "classe dominante" suona inaccettabilmente marxista. In breve, quello che stanno realmente dicendo è che non esistono inconciliabili conflitti di interesse di classe o di gruppo nella storia umana, che gli interessi di tutti sono sempre compatibili, quindi ogni scontro politico può derivare solo da malintesi su questo interesse comune.

In “The Clash of Group Interests,” Ludwig von Mises, il prominente paladino del libero mercato in questo secolo, evita la trappola ingenua in cui cadono così tanti dei suoi colleghi. Invece, Mises espone una teoria di classe e di conflitto di classe altamente sofisticata e libertaria, distinguendo rigorosamente tra il libero mercato e l'intervento statale.

È vero che nel libero mercato non ci sono conflitti tra gli interessi di classi o gruppi: tutti i partecipanti ricavano benefici dal mercato e quindi tutti i loro interessi sono in armonia.

Ma la questione cambia drasticamente, Mises fa notare, quando ci spostiamo all'intervento del governo. Infatti, proprio l'intervento stesso necessariamente crea conflitto tra le classi di persone che beneficiano o risultano privilegiate dallo stato e quelle che ne devono sopportare il carico. Mises definisce "caste" queste classi in conflitto create dall'intervento dello stato. Mises afferma:

Perciò prevale una solidarietà di interessi tra tutti i membri di una casta e uno scontro di interessi tra le varie caste. Ogni casta privilegiata mira all'ottenimento di nuovi privilegi e al mantenimento dei vecchi privilegi. Ogni casta non privilegiata mira all'abolizione delle sue squalifiche. All'interno di una società a caste, c'è un inconciliabile antagonismo tra gli interessi delle varie caste.

In questa profonda analisi Mises dà ascolto alla originale teoria libertaria di analisi di classe, originata da Charles Comte e Charles Dunoyer, leader del liberalismo francese di laissez-faire di inizio diciannovesimo secolo.

Però Mises ha un grosso problema: come utilitarista, come qualcuno che equipara l'utilitarismo all'economia e al libero mercato, deve convincere tutti, anche quelli che egli concede costituiscano la classe dominante, che essi starebbero meglio in un libero mercato e in una società libera, e che anch'essi dovrebbero impegnarsi verso questo obiettivo. Cerca di farlo introducendo una dicotomia tra interessi di "breve termine" e di "lungo termine", i secondi indicati come gli interessi "correttamente compresi". Anche i beneficiari di breve termine dello statalismo, Mises asserisce, perderanno nel lungo termine. Nelle parole di Mises:

Nel breve termine un individuo o un gruppo potrebbe trarre profitto dal violare gli interessi di altri gruppi o individui. Ma nel lungo termine, perseverando in tali azioni, essi danneggiano i propri egoistici interessi non meno di quelli della gente che hanno danneggiato. Il sacrificio che un uomo o un gruppo compie nel rinunciare ad alcuni guadagni di breve termine, affinché non sia messo a repentaglio il pacifico funzionamento  della cooperazione sociale, è meramente temporaneo. Equivale all'abbandono di un piccolo profitto immediato per proteggere vantaggi incomparabilmente maggiori nel lungo termine.

Il grande problema qui è: perché la gente dovrebbe sempre consultare i propri interessi di lungo termine, in contrapposizione a quelli di breve termine? Perché è l'interesse di lungo termine quello "correttamente compreso"? Ludwig von Mises, più di ogni economista della sua epoca, ha portato alla materia economica la comprensione della grande e profonda importanza della preferenza temporale nell'azione umana: la preferenza di raggiungere una data soddisfazione ora piuttosto che dopo. In breve, tutti preferiscono il breve al lungo termine, alcuni in grado diverso dagli altri. [N.d.T.: Mah! Qui non capisco Rothbard. Vedi nota in fondo]

Come può Mises, in quanto utilitarista, dire che una più bassa preferenza temporale per il presente è "meglio" di una più alta? In breve, qualche tipo di dottrina morale che va oltre l'utilitarismo è necessaria per asserire che la gente dovrebbe consultare i propri interessi di lungo termine piuttosto che quelli di breve termine. Questa considerazione diventa ancora più importante quando consideriamo quei casi in cui l'intervento statale conferisce grandi, non "piccoli", guadagni ai privilegiati, e in cui il castigo non arriva se non molto tempo dopo, quindi il "temporaneo" della citazione sopra indica un tempo davvero lungo.

Mises, in “The Clash of Group Interests”, cerca di sminuire la guerra tra nazioni e nazionalismi come senza senso, almeno sul lungo termine. Però egli non fa i conti con il problema dei confini nazionali: dal momento che l'essenza dello stato-nazione è l'avere un monopolio della forza su una certa area territoriale, c'è ineluttabilmente un conflitto di interessi tra gli stati e tra i loro governanti sulle dimensioni dei loro territori, le dimensioni delle aree sulle quali è esercitato il loro dominio.

Mentre nel libero mercato il guadagno di ognuno è il guadagno di un altro, l'espansione territoriale di uno stato è necessariamente la perdita di un altro stato, quindi i conflitti di interesse sui confini sono inconciliabili -- anche se sono tanto meno rilevanti quanto meno lo stato interviene nella società.

La notevole teoria delle classi di Mises curiosamente è stata trascurata da gran parte dei suoi seguaci. Riportandola in evidenza, dobbiamo abbandonare la confortevole visione che tutti, noi e i nostri privilegiati governanti allo stesso modo, siamo in continua armonia di interessi. Emendando la teoria di Mises per considerare la preferenza temporale e altri problemi nella sua analisi di "correttamente compreso", giungiamo alla ancor meno confortevole visione che gli interessi dei privilegiati dallo stato e quelli del resto della società sono ai ferri corti -- e inoltre, che solo i principi morali al di là dell'utilitarismo possono in ultima analisi appianare la disputa tra questi.

(traduzione Maria Missiroli)

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Nota - MM
Ho tradotto questa brano di Rothbard, scritto come prefazione ad una raccolta di saggi di Mises, per mettere in evidenza il punto del titolo, citato in apertura (e chiusura), spesso trascurato: non è per idee sbagliate, ma proprio per interesse personale, che gli uomini e spesso certi politici compiono molte delle loro scelte. I governanti non "sono dalla nostra parte", così come non lo sono molti funzionari pubblici. L'intervento statale crea e inasprisce questo antagonismo di interessi.

Si tratta di un tema molto profondo e subito dopo le cose diventano scivolose.
Dove Rothbard pretende di "emendare" le idee di Mises, non mi convince particolarmente: Per quanto riguarda la preferenza temporale, Mises cita espressamente, anche nella frase che Rothbard inserisce, che la rinuncia sarebbe a un "piccolo" guadagno per un vantaggio molto superiore in futuro. La preferenza temporale implica sì che gli uomini preferiscano il breve a lungo termine, ma a parità di entità.  Mises è perfettamente coerente in quello che scrive, mentre non lo è Rothbard. La preferenza temporale è all'opera continuamente anche nel libero mercato, dove nelle valutazioni di ognuno è insita la propria preferenza temporale. Spesso (verrebbe da dire quasi sempre) si rinuncia a guadagni di breve termine al fine di ottenere di più su un termine più lungo. Cos'è un qualunque investimento, se non una rinuncia sul breve termine in vista di qualcosa di più in futuro? L'intera economia è basata su scelte proiettate nel futuro.

Poi Rothbard si avventura su un terreno ancora più insidioso: la necessità di principi morali "al di là dell'utilitarismo".
Ora, Mises era un uomo estremamente morale e alla ferrea moralità ha improntato l'intera sua esistenza;  però egli era inflessibile nella sua concezione di analisi economica scientifica, che voleva mantenere del tutto avulsa da considerazioni di natura morale. Per questo evitava sempre di parlare di morale nelle sue analisi economiche, preferendo, a scanso di equivoci, utilizzare sempre argomenti utilitaristici. È praticamente l'unico tema su cui lo stesso Ron Paul non è in sintonia con Mises. Io stessa, nel mio piccolissimo, preferisco usare apertamente argomenti di carattere morale.
Però non c'è reale contraddizione. "Morale" e "utilitaristico sul lungo termine" sono, a conti fatti, perfettamente sinonimi. Quasi sempre sono sinonimi anche sul medio e breve termine.
Allora potremmo chiudere il cerchio, dicendo che, emendando la frase poco sopra, i politici che compiono scelte sbagliate dal punto di vista della popolazione generale  non agiscono così per idee sbagliate, ma per sbagliata valutazione dei propri interessi ("non corretta comprensione", per dirla con Mises). La stessa valutazione "non corretta" dei propri interessi è alla base delle scelte degli uomini che appoggiano i politici che fanno scelte in realtà distruttive. È proprio per questo che ci sforziamo di diffondere conoscenza economica!
Criticare Mises è sempre periglioso. Anche quando non sembra, pensandoci e ripensandoci finisce sempre che aveva ragione lui.

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