18 settembre 2016

Maurizio Blondet scrive spesso articoli eccezionali. Innanzitutto ha l'invidiabile dono di "saper scrivere", e poi è particolamente lucido quando fa giornalismo investigativo su eventi presenti o passati, e quando scrive su una varietà di temi, tra cui controversi temi scientifici. Ma quando scrive di economia, e più in generale di temi sociologici, l'ideologia di fondo collettivista e statalista sembra lo accechi.

In molti articoli Blondet (come del resto molti tradizionalisti) attacca quelli che definisce "libertari". Qualche giorno fa ne ha pubblicato uno che mi ha colpito a tal punto da spingermi a scriverne una critica.

L'articolo è Elogio postumo della Civiltà del Bisogno. Che tornerà.

Già il titolo fa sobbalzare. Ancora non sappiamo cosa si intende esattamente per "Civiltà del Bisogno", ma dire "Elogio della Civiltà del Bisogno" sicuramente non è una bella cosa. Probabilmente tutti eviterebbero di dire "Che bello sarebbe se la gente fosse povera", ma anche se non suona esattamente allo stesso modo è sostanzialmente la stessa cosa.

Più avanti nell'articolo diventa chiaro che per "Civiltà del Bisogno" si intende un periodo in cui "si dava importanza solo ai bisogni e non ai desideri" e "si cercava di avere meno bisogni possibile". Ah, la distinzione profonda tra ciò che è necessario o utile, e ciò che è solo un desiderio, presumibilmente inutile. Quando sentite questa frase, il consiglio è, come direbbero gli anglosassoni, "run for your life", ovvero "scappa il più veloce possibile". Questa distinzione (di solito per gli altri, per i propri desideri si riescono a trovare un sacco di buone motivazioni), tra cosa è un bisogno e cosa un desiderio "inutile", è un presagio di grossi guai a venire.

Nel seguito cito l'articolo di Blondet seguito da commenti.

Era  il 1927.  La sovrapproduzione in cui l’economia americana s’era assestata durante la Grande Guerra (quando produceva enormi volumi di beni per gli alleati, con grandi profitti) minacciava di tradursi in recessione e crisi.    Paul Meyer Mazur, banchiere d’affari, partner di Lehman Brothers, lanciò la linea:

Dobbiamo cambiare l’America da essere una cultura dei bisogni, ad essere una cultura dei desideri. Bisogna addestrare la gente a volere cose nuove, ancor prima che le cose vecchie siano consumate del tutto.  Dobbiamo formare  una nuova mentalità in America.  I desideri dell’uomo devono mettere in ombra le sue necessità”.

Dunque, "la sovrapproduzione minacciava di tradursi in recessione e crisi": forse, più che la "sovrapproduzione", era il fatto che gli alleati non comprassero più a caro prezzo i loro prodotti a poter essere causa di recessione. Quando la domanda si modifica, la produzione deve riadattarsi alla nuova situazione. Ma poi era il 1927: pieno boom economico, gonfiato dalle politiche delle Banche Centrali, che, allora come oggi, vennero colte di sorpresa di fronte alla crisi del '29. Che il boom economico minacciasse di tradursi in recessione veniva previsto da maltrattati economisti liberali come von Mises, poco verosimilmente da un "banchiere d’affari, partner di Lehman Brothers". Proprio di Lehman Brothers, poi! Quelli che nemmeno la crisi del 2008 l'hanno anticipata tanto brillantemente.

Prendo questa citazione dall’ultimo, illuminante saggio di Enzo Pennetta, “L’Ultimo Uomo  – Malthus, Darwin, Huxley e l’invenzione dell’antropologia capitalista” (Circolo Proudhon, 206 pagine, 16 euro).  [....]

La citazione di Paul Mazur mi ha risonato dentro in modo speciale perché io, per l’età, ho vissuto il “cambio di paradigma” di cui parla: nel primo  quindicennio della mia vita, e anche oltre (diciamo fino al 1960), nella  Milano industriale oggi scomparsa,  ho visto le ultime propaggini della ‘cultura dei bisogni’.

Era la cultura che è facile deridere come quella delle  scarpe risuolate, dei cappotti rivoltati, dei pantaloncini che passavano dal fratello maggiore al minore, e non comprati ma  cuciti in casa.  Ma nella derisione va perduta la forza spirituale, la potenza educatrice che tale paradigma dava alla società.  Una  economia pensata per soddisfare i bisogni non poteva essere ipertrofica, non aveva la voce in capitolo totalizzante e  condizionante  che ha oggi. Ricordo benissimo  che le famiglie  – dove non erano ancora in uso gli acquisti a rate – non solo risparmiavano per anni  per le grandi spese importanti (mobili, i primi elettrodomestici, la Vespa)   ma insegnavano ai figli a dominare i desideri:   la  paghetta settimanale  non essendo affatto un diritto acquisito, noi giovanissimi sperimentavamo la ‘povertà’ :  una lieta povertà al sicuro dalla fame (ci pensavano i genitori)  ma in assenza di denaro,  salvo quelle monetine da dieci lire per acquisti di liquirizia.

Qualcuno ha mai pensato di deridere la società delle "suole risuolate"?!! Negli stessi anni c'era gente ricchissima che viveva nel lusso, con eserciti di servitori. Era gente che portava scarpe di grande qualità e verosimilmente se la suola si consumava le faceva risuolare. Se le scarpe diventavano vecchie le passava a qualcun altro. C'era gente ricca che aveva tante cose e gente povera che possibilmente avrebbe gradito averle, ma, naturalmente, cercava di vivere al meglio con quello che aveva. Si risparmiava per gli acquisti importanti e si insegnava ai figli a non sprecare il denaro e a non considerarlo dovuto: certo, ma non perché sia bello essere poveri, ma perché è proprio così che si sconfigge la povertà!

L’ideale era aver sempre meno bisogni

Ma c’è anche di più. Nella cultura dei bisogni, non solo non veniva incoraggiata l’espansione dei desideri; veniva additato come ideale la “riduzione dei  bisogni” stessi. Crescere, diventare adulto, significava aver imparato a ridurre i propri bisogni: il padre di famiglia per esempio, o la mamma, rinunciare a qualcosa loro  – del poco – per la famiglia e gli studi dei figli.   Si era conquistata “libertà”: la libertà dal bisogno veniva intesa così,  l’esatto contrario di quella di adesso.  Era –bisogna dirlo oggi che è tanto dimenticata – una scuola di ascetica popolare, volentieri adottata per senso di  responsabilità.  Alla cime della quale brillava – eh sì – come esempio e modello ultimo, il francescano, il frate mendicante, l’asceta che vive di Provvidenza,  supremamente libero dal denaro, e grato e lieto.

Ascetica popolare! Il francescano come modello! I genitori facevano sacrifici per gli studi dei figli perché potessero avere un futuro prospero e più libero dalle fatiche materiali da compiere per necessità. Il francescano, il frate mendicante e l'asceta hanno un loro degnissimo ruolo, che non è quello di generare e mantenere delle famiglie.

E qui comincia l'incredibile tirata che finisce a prendere di mira ... i libertari!

Incredibile quanto la “cultura del bisogno”,   fondata sulla povertà e il necessario stretto, avesse il lusso di mantenere i monaci mendicanti. Attenzione, qui non parlo solo dell’Europa. Parlo della ciotola del monaco buddhista e quella del Sadhu indù; parlo degli eremiti cristiani dei primi secoli, di Sant’Antonio del Deserto, dei conventi –di gente che nessuno accusava di “non fare niente”, di non essere produttivi. Incarnavano un ideale, la liberazione dai bisogni, anche dai pochi bisogni dell’uomo adulto, del Pater Familias.

Da qui si vede, spero, che si trattava di “paradigma culturale” molto antico. Per migliaia di anni la ciotola del monaco che la donna pia riempie di un pugno di riso, è stata una costante della civiltà. Ciò  ha ordinato  per millenni le società umane verso il superamento di sé,  oltre la morte: ciò che nella nostra Europa si chiamava il Regno dei Cieli.   Da cui derivavano  tante cose oggi inspiegabili : la figura del guerriero, sia il samurai o il cavaliere templare, un asceta  poverello  educato al sacrificio della propria vita con nobile sprezzatura;  una  classe nobiliare che si assoggetta volontariamente “a un ordine e a una legge”, nella convinzione che “vivere a proprio gusto è da plebeo”.   Monarchie durate secoli,  che si circondavano  di ricchezze, ori, ermellini, torri,  come segnali del prestigio, non di comodità.

Quello era lo stato normale dell’umanità. Come farlo capire all’uomo massa consumista, convinto che sia normale l’abbondanza in cui vive  oggi – a credito – e dove tutto il mondo della pubblicità, della ‘informazione’,  ma anche la demagogia dei politici, dei testimonial di successo, e dei governi, applaudono il fatto che non metta limiti ai suoi desideri? Il libertario – che in qualche modo vive in tutti noi –esalta questo stato come   compimento di un gran processo di “liberazione”, e fenomeno “spontaneo”.  Per chi ha vissuto l’altra civiltà,  sente  questa che l’ha sostituita,  come degrado morale, peccato  (apostasia),  e perdizione dell’umanità. Schernitemi pure. Ma almeno, si capisca che  non c’è nulla di spontaneo: ciò che vi sembra “naturale”  è il cambio di paradigma che è stato decretato da Wall Street e Lehman Brothers negli anni ’20.

E per tutti i libertari, arriva la cattiva  notizia:  la “cultura dei desideri” è arrivata alla fine. Era insostenibile fin dal principio. Ora si vede  che era tutta gonfiata dall’inflazione del debito,su cui Wall Street (e soci) lucrano gli interessi; ma il debito cumulato su privati e sugli stati, è tale che  da otto anni le banche centrali  (da meno la BCE) creano  denaro dal nulla e, senza riuscire a mettere in moto l’economia mondiale.   In una parola:   noi occcidentali  andiamo verso  un regno della scarsità  e dell’ingiustizia, privati delle risorse spirituali per sostenerlo, e anche per accettarlo.  Il perché non si riesca ad uscire dalla crisi   – il perché il sistema è al suo capolinea – è,  in senso profondo, morale: ha a che fare con la stoffa spiritualmente cattiva degli uomini “addestrati alla cultura dei desideri, a volere cose nuove”.

Oh, io sono libertaria. Del tipo particolarmente "puro", radicale. Lo sono da quasi una decina d'anni, quando mi imbattuta nelle idee di Ron Paul. Mi identifico nella corrente di pensiero che fa capo a Rothbard, la corrente che porta avanti le idee economiche radicalmente liberiste di von Mises. E cosa ho imparato approfondendo queste idee? Dunque, vediamo: il senso di responsabilità personale, l'importanza del risparmio, quanto è nefasto l'indebitamento per il consumo, l'attenzione a come si spende il denaro, insegnare ai giovani che nulla è loro dovuto, l'importanza di vivere entro i propri mezzi, la superiorità del riuso rispetto al riciclo, essere indipendenti il più possibile dalle cose materiali, la generosità verso le buone cause, e così via. A volte essere libertari è terribile: vengono sensi di colpa persino per non essere in grado di coltivare e produrre cibo autonomamente.

Tutto ciò non è indicato dai teorici libertari come "elogio del bisogno", ma come la via per il benessere morale e materiale.

C'è un'altra cosa fondamentale che ho imparato approfondendo le idee libertarie. Alla base di una società in buona salute c'è necessariamente una forma di denaro onesto, non denaro contraffatto. Costruendo una società su denaro fittizio, truffaldino, imposto dal potere delle armi, la società non può che deragliare verso la rovina morale ed economica. Denaro onesto significa sostanzialmente rigoroso standard aureo.

Ho recentemente tradotto un discorso dell'economista cattolico Jörg Guido Hülsmann (Come il denaro fiat distrugge la cultura ), da cui cito:

...in un sistema a denaro fiat, dal momento che l'inflazione fa diminuire il valore dei propri risparmi monetari, siamo incoraggiati ad adottare una prospettiva di breve termine. In altre parole, dobbiamo affrettarci ad ottenere credito il più presto possibile e ottenere ritorni da quel debito il prima possibile, perché i risparmi perdono valore se semplicemente restiamo ancorati al contante.
Non ha più senso risparmiare denaro per dieci anni per comprare una casa, per esempio. E' molto meglio indebitarsi per comprare una casa immediatamente e ripagare il mutuo in denaro svalutato. .......
Nei sistemi monetari naturali, quando i risparmi aumentano diminuiscono i ritorni sugli investimenti di tutti i tipi; diventa sempre meno interessante investire i propri risparmi per guadagnare una rendita, quindi altri incentivi prendono il sopravvento. I risparmi saranno usati in modo crescente per finanziare i progetti personali inclusi l'acquisizione di beni di consumo durevoli, ma anche l'attività filantropica.....
....[In un sistema a denaro fiat] Diventiamo più materialisti rispetto a se vivessimo in un sistema monetario naturale. Non possiamo più tenere risparmi inutilizzati, e dobbiamo tener d'occhio costantemente i nostri investimenti e pensare ai rendimenti, perché se non guadagnano abbastanza ci stiamo attivamente impoverendo.

Il denaro fiat e il corrispondente potere allo stato di creare denaro dal nulla, derubando surrettiziamente i cittadini produttivi, è una caratteristica indissolubile della teoria keynesiana; quella teoria che non esita a sostenere che per avere prosperità economica occorre "stimolare i consumi", che gli stati devono potersi indebitare senza limiti.

Ed ecco il paradosso insopportabile: la teoria keynesiana e il denaro fiat, cioè ciò che attivamente promuove il consumismo, la prospettiva solo di breve termine, l'indebitamento, è proprio il punto di vista economico sostenuto da Blondet! Proprio quel pensiero economico che sicuramente sarebbe piaciuto al banchiere Mazur.  Blondet lamenta il "cambio di paradigma" al tempo stesso sostenendo il meccanismo che l'ha generato.

Ho già scritto in merito al cieco keynesianismo di Luigi Copertino (Scuola austriaca e cattolici conservatori), ma è lo stesso Blondet che spesso promuove idee analoghe, schemi monetari inflazionistici, ridistribuzione da parte dello stato, e così via. Libero mercato, capitalismo e oro sono anatema. Addirittura, il capitalismo avrebbe come obiettivo "l'eliminazione dell'uomo"! Ne ho parlato in Denaro gratis dai robot !.

Quei bei principi della "civiltà del bisogni", non è che riflettevano una società certamente povera - seppure ottimista e in via di rapida crescita - che poggiava  su denaro ancora sufficientemente onesto? Probabilmente, nessuno troverebbe la povertà da inflazione del Venezuela di oggi altrettanto edificante.

Enzo Pennetta: “Se nella percezione collettiva i desideri sostituiscono i  bisogni, un’ulteriore tappa è quella di spostare il concetto di ‘diritto’ dalla dimensione della necessità a quella della volontà individuale”.

Di fronte a questa frase il consiglio è di nuovo: "run for your life"! La conseguenza diretta è che non potete più decidere voi cosa fare coni vostri soldi, deve essere qualcun altro.

E’ una deformazione  profonda, una malattia del diritto, quella per cui partiti e propaganda esaltano come una gran conquista “i diritti dei gay” al “matrimonio”,   si predica il “dovere di accoglienza” verso torme di stranieri ostili,  mentre si abbandonano alla miseria i poveri della propria nazione, e  mentre si violano senza scrupoli i diritti necessari e fondamentali al lavoro, all’uguaglianza,  il diritto dei lavoratori a non essere derubati del salario – o anche il diritto fondamentale alla propria identità culturale, per cui si batte l’ungherese Orban, demonizzato dai media.

O forse mostra una confusione profonda non vedere che “i diritti dei gay” al “matrimonio”,   il “dovere di accoglienza” verso torme di stranieri ostili, fanno parte della stessa propaganda che sta dietro ai "diritti necessari e fondamentali al lavoro, all’uguaglianza,  il diritto dei lavoratori a non essere derubati del salario". Un indizio potrebbe essere che gli stessi che sostengono i primi sono gli stessi che dall'inizio propagandano i secondi.

Nessun accenno al diritto di tenersi ciò che è proprio, ciò che si è guadagnato col proprio lavoro in collaborazione volontaria con gli altri. La difesa della proprietà privata evidentemente non sembra un diritto degno di citazione. Ma è quello il diritto sotto attacco nella società di oggi, ed è quello il diritto alla base di una società sana, che può prosperare ed è in grado di difendersi.

I libertari sono incorreggibili edonisti che pensano solo a soddisfare i propri desideri? Decisamente no.  C'è molta confusione al riguardo, da parte dei non libertari. Un libertario può essere edonista, ma non è certo il suo edonismo a farne un libertario. Se c'è una cosa che si può dire su libertari e edonismo, è che i libertari non considerano il fatto che qualcuno sia edonista come motivo sufficiente, in se stesso, per aggredirlo. Di fronte ad un edonista che non aggredisce nessuno, e a un non edonista che punta le armi verso gli altri, il libertario è pronto ad additare come pericoloso il secondo.

Riguardo ai bisogni e desideri, tutti abbiamo un desiderio di risorse infinito. Il nostro tempo è la risorsa più preziosa.  Desideriamo essere il più possibile  liberi dalla schiavitù del bisogno, cioè l'essere forzati a fare cose che non ci piace fare pur di sopravvivere; vorremmo essere liberi il più possibile di poterci dedicare a ciò che scegliamo noi di fare. Non a tutti piacciono le stesse cose, siamo tutti diversi nei desideri e aspirazioni. C'è chi, potendo scegliere, si dedica ad una vita da asceta. Altri possono apprezzarlo e volontariamente scegliere di mantenerlo.

Sono da sempre i libertari a dire sin dall'inzio che la crescita basata sul debito non è sostenibile. Non abbiamo paura di smentita: è una sorta di cavallo di battaglia dell'economia realmente liberale! La "cattiva notizia" semmai arriva per tutti i keynesiani: sono a loro ad affermare che per prosperare occorre indebitarsi e consumare. Proprio i keynesiani appoggiati da Blondet.

 

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